Col «metodo banlieue» nessuno paga i danni

Un mucchio di auto distrutte, conducenti e passeggeri costretti a scendere e picchiati. Il caso più clamoroso, quello di una giovane mamma, che transitava in auto con i due figli. La donna è stata ferita alla testa e la sua auto data alle fiamme. L’hanno salvata alcuni abitanti del luogo, richiamati dalle sue urla disperate.
Non c’è nemmeno un bilancio preciso dei danni, a distanza di oltre un mese dalla rivolta dei braccianti africani di Rosarno dello scorso 7 gennaio. Di certo, considerando le scene di devastazione, quella protesta è costata diverse decine di migliaia di euro. Qualcuno sarà mai risarcito?
Nei giorni successivi alla rivolta, sono stati centinaia i cittadini che hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Palmi di avere subito gravi danni alle abitazioni e alle loro proprietà, come confermato dallo stesso Procuratore capo Giuseppe Creazzo. Impossibile rifarsi sui colpevoli di quegli scontri, gli immigrati che furono portati via dalla zona in autobus dalle Forze dell’ordine.
Per le aggressioni di quei giorni, sono stati denunciati 5 cittadini extracomunitari e 3 italiani, che hanno cercato di farsi frettolosamente giustizia da sé. I cinque stranieri sono già stati giudicati con rito direttissimo, mentre gli italiani, uno accusato di resistenza a pubblico ufficiale e gli altri due di tentato omicidio, sono stati rinviati a giudizio e il processo si celebrerà nel prossimo mese di maggio.
L’unica vera speranza per chi ha visto l’auto distrutta o incendiata, oppure la casa danneggiata, è che i risarcimenti vengano liquidati dalla Prefettura di Reggio Calabria su disposizione del ministero dell’Interno.
I disordini di viale Padova del resto ci hanno mostrato che tra gli immigrati si va consolidando un copione ben preciso, uno «stile banlieue» reso famoso dai «casseurs» che devastarono anni fa le periferie di Parigi. Muovendosi in gruppo si annacquano le responsabilità individuali. In più c’è la motivazione di dare sfogo al disagio che giustifica tutto. Pazienza se qualche malcapitato, che del disagio magari è pure lui vittima, ci rimette la macchina solo perché l’ha parcheggiata nel posto sbagliato.
La sfilza di rivolte di strada, tutte in fotocopia ora comincia ad allungarsi in modo preoccupante. Non solo i fatti di Rosarno. Prima di viale Padova a Milano ci fu la sollevazione di Chinatown, quando, nel 2007, i cinesi di via Sarpi si ammutinarono contro le multe comminate dai vigili ai camion parcheggiati in sosta vietata mettendo in scena un’altra manifestazione tutt’altro che pacifica.
E lo stesso copione si è visto anche a Castelvolturno. Un anno e cinque mesi dopo le proteste sfociate in incidenti, successive alla strage di extracomunitari nel Casertano, il 18 settembre del 2008, mentre gli autori della strage sono quasi tutti in cella. Invece il silenzio è sceso sulle responsabilità dei giorni di violenze e di paura che seguirono all’eccidio. Il 19 settembre, festa di San Gennaro, alcuni extracomunitari, guidati da una sorta di regia, si disse, rovesciarono alcune auto parcheggiate davanti alla sartoria, dove una quindicina di ore prima, i killer di Giuseppe Setola, avevano compiuto la strage.
La polizia contenne quella rivolta e gli autori furono filmati dalle videocamere degli investigatori. Peggio accadde alla manifestazione del giorno successivo, quando, durante il corteo, gli extracomunitari, compirono dei gravi atti di vandalismo: auto ribaltate, cassonetti della spazzatura rovesciati e dati alle fiamme, segnaletica verticale divelta e usata per bloccare la strada statale Domitiana. «I danni furono comunque molto minori di quelli di Rosarno», spiega un investigatore. Polizia e carabinieri, l'allora sindaco Francesco Nuzzo con la sua opera persuasiva, riuscirono a contenere la protesta, impedendo agli extracomunitari di raggiungere il commissariato, la caserma dei carabinieri e la sede del Comune. Ma anche in quel caso non mancarono cassonetti incendiati e auto rovesciate.
Gli agenti della Digos di Caserta e del commissariato di Castelvolturno inviarono una dettagliata informativa alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Grazie a foto e filmati, riuscirono a identificare una quindicina di extracomunitari che avevano preso parte alle violenze. Ma si tratta di personaggi quasi tutti senza fissa dimora o comunque abituati a cambiare spesso luogo di residenza, inoltre, qualcuno degli extracomunitari individuato e denunciato, fu riconosciuto in quanto clandestino. Si chiedono gli investigatori: «Quanti risiedono ancora nel Casertano?». Un poliziotto fa notare: «Processi? Chissà se ci si arriverà mai». E anche in questo caso i risarcimenti sono una chimera.
(hanno collaborato Filippo Cutrupi e Carmine Spadafora)