«Col Milan per vincere tutto E questo è soltanto l’inizio»

(...) in vita sua, mette in bacheca il trofeo individuale più prestigioso e guarda già avanti. Una lunga giornata quella passata ieri dal 25enne brasiliano, «indimenticabile, ma purtroppo è finita», racconta il 52° vincitore del Pallone d’oro dopo l’ultimo bagno di folla, al rientro da Parigi, in quella piazza Duomo che appena sei mesi fa l’aveva visto alzare al cielo la Champions vinta ad Atene. Una giornata iniziata con la sveglia alle 5,30, la partenza da Linate un’ora dopo con un volo privato per Parigi accompagnato dalla moglie Caroline, dalla mamma, dal fratello Digao, da Galliani, Braida, Leonardo e da una ristrettissima cerchia di amici.
Poi il tuffo nella capitale francese sotto una pioggia battente e alle 11, negli studi televisivi dell’emittente Tf1, un Kakà impettito nel completo nero fumo preparatogli da Giorgio Armani, con il ciuffo ribelle trattenuto da una bella impomatata di gel, (un po’ «crispè», notano i francesi, teso, troppo controllato, forse) ha potuto sollevare il Pallone d’oro consegnatogli da Gerard Ernault, direttore di France Football, la rivista che organizza il premio. E il plebiscito, per la prima volta con la votazione da tutto il mondo, è stato schiacciante: Kakà ha vinto per distacco distanziando il secondo, Cristiano Ronaldo, di ben 167 voti. Il mondo intero ha premiato Kakà come il migliore in assoluto, quello stesso mondo che il 18 dicembre a Zurigo gli assegnerà anche il Fifa World Player, consacrandolo per sempre nell’Olimpo dei grandi del calcio.
Ma lui, sorriso aperto e faccia da «bravo ragazzo», dopo tutto quello che ha vinto finora, riesce ancora ad emozionarsi: «È una sensazione molto molto bella, incredibile, unica, un sogno che si è realizzato quando nemmeno me l’aspettavo. Ho saputo di averlo vinto quando ero in Brasile con la nazionale, ma dovevo mantenere il segreto. Ora finisce la prima parte della mia carriera e ne comincia un’altra». E lì tutti drizzano le antenne perchè il tormentone che ha attraversato l’estate sul suo possibile trasferimento al Real Madrid, sembra quasi riproporsi, ma è lo stesso Kakà a spegnerlo sul nascere. «Il mio futuro è diventato un casino dopo che ho avuto alcune offerte», afferma. «Ma io voglio essere la bandiera del Milan, ora ne sono un leader ma voglio anche diventare il capitano dei rossoneri, ovviamente rispettando le gerarchie con i miei compagni e voglio vestire questa maglia tanti anni ancora. E spero, con queste mie parole di chiudere definitivamente il discorso perchè, tutti lo devono capire, il mio futuro è nel Milan». Ma è la pesante situazione del calcio italiano che affligge Kakà: «Ho detto parole pesanti nei giorni seguenti alla morte di Gabriele Sandri, ma non volevo essere ingrato con il Paese che mi ha portato a vincere tanto e a farmi conquistare un premio così. È stato solo un allarme che ho voluto lanciare perchè voglio che il calcio italiano migliori, che possa diventare un calcio ancora più bello. È stato il grido di qualcuno che vuole bene all’Italia, quindi non penso proprio che sarà questo a portarmi via».
Punto e a capo. Ed è bello quando Ernault ricorda la terna del primo Pallone d’oro nel 1956: Matthews-Di Stefano-Kopa, media 33 anni di età con la terna di oggi Kakà-Cristiano Ronaldo-Messi, rispettivamente 25, 23 e 20 anni. Un bagno di gioventù che stimola Kakà: «Che cosa ho di più di Cristiano Ronaldo e Messi? Sono stato più decisivo di loro. Con il Manchester abbiamo giocato una fantastica semifinale in Champions, in quell’occasione ho fatto un gol e ho fatto vincere la mia squadra, lui no. Quanto a Messi, paga il fatto di non aver vinto niente di importante. Ci riproveranno entrambi nel 2008, ma attenti, perchè a me piace sempre raddoppiare».
Prima di partire alle 17, una veloce passeggiata in macchina davanti alla Torre Eiffel («Mia moglie ci teneva tanto a vederla») poi via a Milano dove alle 19,15 lo aspettava il popolo rossonero. E qui Kakà, davanti ai tifosi in delirio, s’è ancora emozionato, ha ringraziato tutti: moglie, famiglia, compagni, società, tifosi italiani e brasiliani, Rai (il suo idolo ai tempi del San Paolo) e, soprattutto, Dio. «Il Pallone lo terrò ai piedi del letto per un po’ di tempo, così quando apro gli occhi me lo vedo lì. Perchè, quasi quasi, non ci credo ancora».