Colaninno, esordio con gaffe: "Il Pd vincerà ma non stavolta"

Come Calearo anche il giovane imprenditore attacca Prodi: "Non sarei mai entrato nella sua arca di Noè".

Milano - Rappresenta l’aristocrazia imprenditoriale, Matteo Colaninno. È giovane e rampante, col vizietto veltroniano del «ma anche» e con la voglia, tanta di «prendere il testimone per la guida del Paese». Ma, sorpresa, il capolista milanese alla Camera del Pd già sa che per il passaggio del «testimone» c’è ancora tempo, che bisogna aspettare.

Sì, avete letto bene: lo stimabilissimo rampollo di casa Colaninno ammette che «in questa tornata» il Pd «magari» non ce la farà ovvero che il Pdl vincerà le elezioni e che loro, continua, ce la faranno solo «nel medio periodo». Virgolettato da gaffeur professionista: «Noi dobbiamo e possiamo prendere il testimone e guidare l’Italia verso una reale nuova stagione, senza risse e senza toni esasperati ma con chiarezza e forza. Magari non riusciremo in questa tornata, ma nel medio periodo».

Uscita niente male. Anche perché Matteo Colaninno non si basa sui sondaggi elettorali: lui, fa sapere, «ascolta» il Paese e avverte ovunque che «l’Italia ha bisogno di persone che vogliono e che sappiano guidare il cambiamento». Evidentemente sente però che per il made in Veltroni c’è da attendere.

Sorridono i cronisti invitati al circolo della stampa per la sua prima volta in politica. Sessanta minuti a ruota libera per motivare la sua «discesa in campo», come ama definirla. Seduto da solo al tavolo della sala Montanelli e senza uno straccio di candidato del Pd presente, Matteo Colaninno, dà altro materiale ai taccuini: «Io non sarei mai entrato in quell’arca di Noè che era la coalizione di Prodi. Non ci sarei stato e lo dico da giovane cittadino». Ci vorrebbe un applauso alla sincerità, annotano i giornalisti presenti: «Rispetto a quell’arca che era la maggioranza di cui Prodi era timoniere i risultati sono però stati buoni, non si poteva far di meglio». Aggiunta di chi non nasconde il fallimento del governo Prodi, della sinistra che ha messo in ginocchio il Paese.

Seconda uscita in una conferenza condotta in versione one man show, nonostante la garanzia che lui è per il «gioco di squadra: «Non credo nell’uomo solo al comando, faccio sempre gioco di squadra, io». E mentre abbandono il microfono per chiudere una finestra a qualche metro di distanza, il volto nuovo del Pd assicura di «vivere con orgoglio il cognome Colaninno». «Sono consapevole di essere un imprenditore figlio di Colaninno, ma lo vivo con orgoglio perché Colaninno è un valore aggiunto». E vai con la spiega che «gli imprenditori sono cittadini» e che «devono essere al servizio del Paese» e che, naturalmente, «ho lasciato l’alveo dell’azienda di famiglia per servire il mio Paese, io».

Tiritera spesa per la metà di quell’oretta di conferenza, con tanto di giornalisti che lentamente abbandonavano il campo mentre l’«imprenditore figlio di Colaninno» sottolineava con un evidenziatore azzurro la bozza del suo discorsetto, dove al posto dei «cioè», della «misura in cui» e via dicendo c’erano qualche centinaia di «ma anche» e «come dire».

Il resto del tempo e della pazienza dei giornalisti, Matteo Colaninno, l’ha usato per invitare a non scrivere più «classe dirigente» bensì “ceto dirigente” perché «“classe” è un termine che divide mentre il Pd unisce ed io avverto dentro di me la forte volontà di essere parte di quel ceto dirigente che vuole governare il cambiamento». Già, «basta con il feticcio della lotta di classe che vede l’operaio, il lavoratore contro l’imprenditore perché l’azienda e i lavoratori fanno parte dello stesso progetto dove il mercato non è più l’orto di casa o il confine domestico ma il mondo».

Lezioncina di marketing aziendale e di gaffe di un imprenditore che nel Pd veltroniano assomiglia sempre più al collega Massimo Calearo: entrambi si muovono come elefanti in una cristalleria.