Colaninno: «Stop agli speculatori ma all’impresa serve più finanza»

Il presidente dei giovani di Confindustria: «La struttura finanziaria delle aziende italiane è insufficiente per competere»

Marcello Zacché

nostro inviato a Mantova

«Questa Finanziaria sarà di importanza vitale. Per il Paese e per la sua credibilità di cui tanto si parla: sarà un’occasione per sciogliere questo nodo, che rischia di trasformarsi in uno svantaggio competitivo per l’Italia». Ma per Matteo Colaninno sarà anche la prima Finanziaria. Prima da quando è presidente dei giovani di Confindustria. Eletto 5 mesi fa al vertice dell’associazione degli imprenditori under 40, il 35enne Colaninno ha già preso posizioni nette su temi caldi. Si è subito auspicato che «la lotta alle rendite sia la bussola del ceto dirigente». E qualche settimana fa ha preso le distanze dal giustizialismo dominante sul caso Fazio dichiarando di non chiedere «le dimissioni di nessuno». Ora è atteso dal convegno che i giovani tengono a Capri, quest’anno il 7 e 8 ottobre, con un titolo un tantino impegnativo: Futuro aperto, la governance del coraggio per l’Italia che vorremmo. Di certo destinato a diventare terreno di alto confronto economico e politico, visto che Colaninno ha invitato mezzo governo e Piero Fassino, Pier Ferdinando Casini e Carlo De Benedetti. Ma soprattutto Silvio Berlusconi, atteso per l’ultimo faccia a faccia ufficiale con gli imprenditori prima delle elezioni.
L’anno scorso a Capri i giovani furono durissimi con il governo. Quest’anno?
«Aspettiamo di vedere la Finanziaria. In generale possiamo dire che in questa legislatura, nonostante la larga maggioranza, non si sono verificate le condizioni per scelte di lungo periodo. Né l’opposizione si è mostrata sempre costruttiva».
Come le sembra la staffetta Siniscalco-Tremonti?
«L’unica possibile».
E i giovani di Confindustria? Qual è la loro parte?
«La nostra missione è quella di volare alto, essere stimolo e coscienza critica della Confindustria, anticipando i temi di scenario. Così è avvenuto in passato con i problemi della globalizzazione o dell’immigrazione, diventati temi determinanti per la strategia del Paese».
E ora?
«Dobbiamo porci come i giovani imprenditori della crescita, calando i nostri sforzi nell’impresa. Che vuol dire aprire le imprese ai nuovi mercati, alla globalizzazione che non è solo economica, ma è anche delle conoscenze».
Ma non si rischia di volare troppo alto, di lasciare i buoni propositi solo sulla carta? A cominciare dalla «governance del coraggio»: non è un po’ astratto?
«Non credo. Le difficoltà delle nostre imprese sono figlie di questi ultimi 15-20 anni in cui non ci si è accorti che il mondo stava cambiando. Gli orizzonti erano sempre di breve termine. È sbagliato vedere i problemi solo fino ai cancelli delle imprese. Bisogna andare oltre, entrare e capire la società che sta oltre».
Oltre i cancelli?
«Sì. Parlo di atteggiamento politico, di responsabilità da assumersi come cittadino-imprenditore. Fare associazionismo vuol dire questo: è necessario fare politica. Che non vuol dire iscriversi a un partito, ma essere parte di una cittadinanza attiva e mai dormiente.
E lei? Si iscriverà a un partito alla fine di questo mandato?
«No. Fra tre anni torno a lavorare a tempo pieno in gruppo Piaggio e Immsi. Non sto vivendo questa esperienza come propedeutica a un mio futuro né in politica, né in Confindustria».
Veniamo al concreto: le rendite. Sono state il suo primo bersaglio.
«Credo sia opportuno che lo Stato cerchi di reimpostare i rapporti tra profitto e rendita, tra reddito e speculazione. Oggi la priorità è la competitività dell’impresa. Lo Stato può intervenire, ma con prudenza solo dopo un’approfondita analisi dei portafogli delle famiglie: il risparmio è una componente fondamentale della nostra economia. Detto questo, il traguardo di un’aliquota in linea con la media europea del 17-18% per la tassazione delle plusvalenze finanziarie sarebbe opportuna. Sono favorevole anche alla participation exemption, prolungando il periodo di detenzione di titoli necessario per l’esenzione. Dico invece no a opzioni più radicali come quelle di un’aliquota al 23-25%».
Qualcuno ironizza su questo ricordando l’operazione che la sua famiglia ha fatto in Telecom.
«Io dico che non bisogna fare confusione e saper distinguere tra legale e illegale, finanza d’impresa e finanza speculativa, che pure è un elemento del mercato. Non ho problemi a sostenere che per chi come me ha vissuto esperienze imprenditoriali importanti la finanza è un imprescindibile strumento di crescita. Che le aziende non sempre utilizzano nel modo giusto».
Un po’ di autocritica?
«Sicuramente le imprese devono evolvere la propria struttura finanziaria, che appare mediamente insufficiente, uno dei motivi per cui non riescono a competere».
Forse sono troppo famigliari?
«Il modello di impresa famigliare merita riconoscenza perché è quello che ci ha permesso di passare da economia contadina a potenza industriale. Ma oggi non può più essere un punto di riferimento esclusivo. Sono necessarie nuove strutture manageriali e nuovi capitali. La famiglia può restare il fulcro della strategia dell’impresa anche per compensare la visione manageriale, che può tendere al breve termine. Per questo è talvolta opportuna la separazione tra il ruolo del socio di controllo e quello del gestore. A queste condizioni la famiglia diventa garanzia e non limite allo sviluppo dell’impresa».
In questo ambito come giudica la volontà degli Agnelli di mantenere il controllo della Fiat?
«Mi sembra che, anche grazie allo straordinario lavoro di Montezemolo e Marchionne, alla Fiat si sia sviluppata questa nuova cultura. Per questo la scelta degli Agnelli è un segnale positivo per il gruppo».
La famiglia aveva un progetto completamente diverso per Fiat. Tanto che anche quest’estate si è riparlato dei Colaninno.
«Il progetto di due anni fa è noto. Ogni altro riferimento è stato fatto completamente a sproposito».