Il Colle è convinto:l'Europa apprezzagli sforzi dell'Italia

Per il Capo dello Stato è il momento di "farci sentire" di più. La frecciata alla Merkel: ora agisca contro gli speculatori

Camera fissa, inquadratura obliqua: la macchina aggi­ra l­a scrivania e sembra av­vicinare il presidente allo scher­mo. Giacca aperta, cravatta rossa dell’unità d’Italia, atteggiamento informale: Giorgio Napolitano è di tre quarti, come un qualsiasi cit­tadino che durante il cenone si sporga per parlare con un parente seduto all’altro capo del tavolo. Faccia tesa, braccia che si agitano: le cose da dire non sono buone, ma bisogna pure dirle perché que­sto­è il compito del vero capo del go­verno. Predicare fiducia non ba­sta, e nemmeno chiedere che«l’Eu­ropa riconosca i nostri sforzi » è suf­ficiente. «Possiamo farcela, ma ser­vono ancora sacrifici ».

È il momen­­to di toccare il Welfare, i sindacati si mettano il cuore il pace. Applausi da tutti, tranne da un corrosivo Ro­berto Calderoli: «Sembra Cetto La Qualunque». È il sesto messaggio di Capodan­no di Napolitano, è anche il più dif­ficile. Un «discorso di verità», spie­gano i suoi consiglieri, un brusco, quasi brutale ragionamento sulle cose fatte e quelle da fare per salvar­si dalla crisi. Il discorso di chi sta davvero guidando la locomotiva. «Il risanamento va proseguito con rigore. Bisogna rinnovare le politi­che sociali e riformare il mercato del lavoro». Non sembrano pro­prio la parole di un ex comunista, eppure per la prima volta il capo dello Stato ricorda la sua militanza nel Pci e il suo «rapporto con le fab­briche ». Già una volta, nel 1977 con la scala mobile, «i lavoratori e le loro organizzazioni sono stati re­sponsabili e decisivi nel cambia­mento italiano». Adesso serve un’altra prova di maturità.

Per trent’anni abbiamo ballato sul Titanic. «Per lungo tempo lo Sta­to, in tutte le sue espressioni, è cre­sciuto troppo e ha speso troppo, fi­nendo per imporre tasse a contri­buenti onesti e a porre un’ipoteca sulle generazioni future».Per ridur­re il debito dobbiamo tagliare, non ci sono alternative, non possiamo più permetterci servizi pubblici al­la scandinava. «Occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a fa­vore di una copertura pensionisti­ca più alta di altri Paesi e anche provvidenze generatrici di spre­chi ».

L’emergenza «resta grave, è fati­coso riguadagnare credibilità do­po aver perduto pesantemente ter­reno, i nostri buoni del tesoro resta­no sotto attacco nei mercati, il debi­to pubblico è un macigno». Lotta dura alle inefficienze, alle incrosta­zioni, alla corruzione, all’evasio­ne, alle rendite di posizione. Ma non solo. «Occorre rinnovare le po­litiche sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un eleva­mento della produttività, quelle del lavoro». Ragazzi, non siamo più nel Novecento. «Bisogna cam­biare per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato,che l’epi­centro della crescita economica si è spostato lontano dall’Europa.Ita­lia e il continente tutto devono rive­dere il modo di concepire e distri­buire il benessere per riguadagna­re posizioni nella competizione globale».

Il quadro è nero ma noi ce la pos­siamo fare. Ci serve però «stabilità politica»,E qui Napolitano torna in­direttamente sull’articolo del Wall Street Journal e sulle pressioni tede­sche per far cadere il Cavaliere. «Si è largamente convenuto che lo scioglimento delle Camere con il conseguente scontro elettorale sa­rebbe stato un azzardo. La nascita del governo Monti ha costituito un punto di arrivo di una travagliata crisi politica di cui il presidente Ber­lusconi ha preso responsabilmen­te atto ». La democrazia non è sospe­sa e i partiti non sono azzerati. An­zi, «hanno vasto capo aperto sul ter­reno delle riforme necessarie per unmiglioresvolgimentodell’alter­nanza nella nuova legislatura do­po il ritorno alle urne ».Dunque,se­condo il capo dello Stato nessuna forzatura, visto che Monti «gode di un largo sostegno in Parlamento».

Ma la Germania über alles deve darsi una calmata. Lo conferma pu­re Napolitano, quando, quasi con stizza, rimprovera quelli che non hanno capito lo sforzo che stiamo facendo. «È tempo che tutti in Euro­pa prendano sul serio e apprezzino le dimostrazioni che il nostro Pae­se sta dando, pagando prezzi non lievi, della sua adesione ai principi di stabilità finanziaria». Di più. Ora che stiamo mettendo i conti in ordi­ne dobbiamo «farci sentire» e offri­re «in condizioni di parità il nostro contributo» alle nuove regole del­l’Unione.

Conclude con una robusta spruzzata di orgoglio nazionale. La Germania la smetta di frenare, «oc­corrono scelte adeguate e solidali per bloccare le pressioni speculati­ve c­ontro i titoli del debito dei singo­li Paesi: il bersaglio è l’Europa e eu­ropea deve essere la risposta ». Pro­fessoressa Merkel, non siamo gli ul­timi della classe.