Il Colle guarda avanti: «Basta guerre politiche»

RomaI numeri sono numeri, c’è poco da fare. E se il Cavaliere, dal bunker di Palazzo Grazioli, spera ancora di sfangarla, Giorgio Napolitano da Bari già allarga discretamente lo sguardo al dopo. La crisi, spiega, «è sconvolgente» e per uscirne «servono decisioni dolorose che saranno impopolari». Ma per una stagione che si annuncia piena di lacrime e sangue «occorre una straordinaria coesione sociale e nazionale». Il capo dello Stato pensa a un governo di emergenza? Chissà: «È indispensabile un riavvicinamento tra i campi politici contrapposti, l’Italia non può ritrovare la sua strada in un clima di guerra».
C’è molta attesa al Quirinale per i prossimi delicati passaggi parlamentari: ce la farà il governo a ottenere la fiducia sulla legge di stabilità? Una cosa è certa, comunque vada a finire, «bisognerà cambiare molte cose», non solo per rispettare gli impegni con l’Europa, ma per ridare «slancio innovativo al Paese». E dunque, spiega il presidente, «bisognerà cambiare molte cose nel modo di governare, nel modo di produrre e di lavorare, nel modo di vivere e di comportarsi». Basta con le rendite, con i corporativismi, con le disuguaglianze, con le illegalità.
Una specie di nuovo patto sociale per un moderno welfare più sostenibile. Una rivoluzione per la quale «saranno indispensabili spirito di sacrificio e spirito di equità nella giusta distribuzione dei pesi e dei tagli sul nostro tessuto sociale». Riforme di ampio respiro e non leggine tappabuchi. Un lavoro che durerà anni, che produrrà «misure impopolari» e che avrà perciò bisogno di un’ampia base di appoggio.
Detto così, sembra davvero un manifesto per un governo di grossa coalizione, magari a guida tecnica. Una soluzione che al parlamentarista Napolitano non va per niente a sangue ma che, in caso di caduta di Silvio Berlusconi, potrebbe rappresentare dal suo punto di vista il male minore. L’Italia è tuttora esposta alla bufera finanziaria e non si sa se potrebbe reggere a qualche mese di vuoto di potere in attesa delle elezioni anticipate. Se il governo andrà sotto, il capo dello Stato «valuterà», verificherà cioè se ci sono le condizioni per un esecutivo di tregua. In caso di crisi, almeno un giro di consultazioni può essere messo in conto, forse pure un incarico esplorativo. Ma non di più. Napolitano non intende fare forzature e favorire ribaltoni: se non si formerà in fretta una maggioranza alternativa sufficientemente robusta, con il Pdl dentro, probabilmente si sbrigherà a sciogliere le Camere.
Tutto ciò però, agli occhi del presidente, non sposta più di tanto il problema centrale: l’Italia non può sperare rimettersi in piedi restando «in un clima di guerra politica costante». Per questo i due blocchi devono riavvicinarsi, «il che non significa confondersi, rinunciare alle rispettive identità, ma condividere gli sforzi indispensabili per ridare all’Italia il ruolo e il prestigio che le spetta nella Ue e nella comunità internazionale». Insomma, in un modo o nell’altro, «dobbiamo lavorare insieme, anche modificando tante cose che possono essere state dette e pensate», senza rinunciare «alle proprie posizioni ideali» ma impegnandosi da fare «gli interessi profondi del nostro popolo».