Il Colle non perdona a Carbone l’errore dei Pm sul caso Previti

Francesco Damato

È spiacevole, molto spiacevole, che il capo dello Stato si sia prestato con la sua presenza allo spettacolo offerto dal Consiglio superiore della magistratura con la mancata promozione di Vincenzo Carbone da presidente aggiunto a primo presidente della Corte di Cassazione, in sostituzione di Nicola Marvulli, andato in pensione a fine ottobre. Giorgio Napolitano ha accumulato nella sua lunga esperienza parlamentare, anche ai vertici assembleari, una conoscenza di procedure e cavilli più che sufficiente per prevedere e quindi prevenire l’accaduto. Che era stato peraltro spavaldamente annunciato, anzi preteso, il giorno prima dalla Repubblica, quella di carta, rimastane poi comprensibilmente compiaciuta.
Alla vigilia della seduta del Csm la candidatura di Carbone, miserabilmente contestata da un esposto anonimo comunque archiviato con un regolare procedimento disciplinare, era stata indicata da quel giornale come espressione del «quietismo» della Cassazione. Che consisterebbe nel «combinare il sofisma che allevia, quando è possibile, le responsabilità di eminenti cittadini» e nel «navigare nella corrente giusta fabbricando, se occorre, compromessi politici nel giudizio», in modo da «non cadere fuori dalle rotte utili alla carriera» degli ermellini.
Per avere scritto e detto molto meno su altri magistrati e tribunali sono incorsi in querele, denunce, processi e condanne giornalisti e persino parlamentari, che pure secondo l’articolo 68 della Costituzione «non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Le quali ovviamente non cessano di essere tali quando sono svolte fuori dalle aule parlamentari, anche se la Corte Costituzionale ogni tanto accoglie ricorsi di organi giudiziari contro l’immunità riconosciuta ai querelati dalle Camere di appartenenza.
Il «quietismo» della Cassazione che ha provocato le ire, l'allarme e l'editto prescrittivo della Repubblica sarebbe quello che ha recentemente prodotto l’annullamento del lungo e inutile processo Sme contro il deputato Cesare Previti, il giudice romano Renato Squillante e altri imputati: un processo ostinatamente condotto a Milano ma che dovrebbe svolgersi per competenza territoriale a Perugia, dove però a questo punto affonderà nella prescrizione. Questo torto, insomma, la Cassazione del presidente aggiunto Vincenzo Carbone non lo doveva proprio fare alla giustizia di rito ambrosiano e ai suoi incensatori.
Il fatto poi che la decisione dei supremi giudici sia stata apprezzata dall’ex superiore gerarchico di Carbone, Nicola Marvulli, con una intervista abrasiva per i magistrati milanesi sostituitisi troppo a lungo a quelli perugini, è apparso ai cultori del rito ambrosiano un elemento aggravante. «Vedremo lunedì, quando e se - dinanzi al presidente della Repubblica - Vincenzo Carbone diventerà il successore di Nicola Marvulli», ammoniva domenica il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Ebbene, proprio grazie alla presenza e all’astensione di Napolitano, attenutosi ad una prassi cui speravo avesse il coraggio di sottrarsi per l’esito perverso che avrebbe stavolta prodotto, peraltro a danno del funzionamento dell’ufficio di presidenza del Consiglio Superiore, il verdetto per Carbone è stato beffardamente infausto: 12 voti contro 12. Senza Napolitano il voto favorevole responsabilmente espresso dal vice presidente Nicola Mancino sarebbe valso per due.