Colle Val d’Elsa, la rabbia della gente «Traditi dalla sinistra sulla moschea»

In Toscana rivolta contro la costruzione del nuovo luogo di culto islamico. «Qui abbiamo sempre votato Pci e Ds, ma ora in molti cominciamo a pentirci»

nostro inviato

a Colle Val d’Elsa (Siena)
Il ferramenta scende dal camioncino tutto giulivo: «In pochi giorni è già la terza volta che mi chiamano da queste parti». Deve chiudere i terrazzini con verande in alluminio. Spifferi? «No, è per la nuova moschea», spiega un passante. I balconi delle palazzine, case Peep sul colle di fronte alla città vecchia, si affacciano sull’area verde sventrata dal cantiere del tempio. Camion, ruspe, betoniere, polvere e baccano. I lavori cominciati a fine novembre corrono: in meno di un mese scavate le fondamenta, gettato il magrone di calcestruzzo, piantati i ferri d’armatura, gettato il cemento per la prima soletta.
Il titolare dell’impresa costruttrice è Bouallegue Mounir, un tunisino venuto in Italia da 18 anni fa che «per cercare il pane pulito» ha accantonato la laurea in legge trasformandosi in manovale e poi in impresario edile. Sguazza felice nella melma del cantiere. «Finché il tempo è clemente dobbiamo marciare», sorride. Il tabellone con la concessione edilizia gli dà due anni: «Ma di questo passo ne tiro su tre, di moschee». Più i lavori accelerano, più difficile sarà fermarli.
Su quello che resta del prato pubblico, nessuno osa mettere più piede. Erano seimila metri quadrati di erba spelacchiata, con tre panchine e sette lampioncini. Luci e sedili sono rimasti, la superficie verde è dimezzata. «A noi piaceva com’era - reclama il pensionato Massimo Bertinelli -. Nel parco noi passeggiamo, i ragazzini giocano, le mamme cullano i piccini, ci facciamo quello che ci garba. Invece ce lo stravolgono. Vogliono imporci la felicità che piace a loro». A presidiare questo ritaglio del bel tempo che fu e che non sarà, da metà dicembre c’è un presepe intagliato nel polistirolo. Una artigianalissima natività legata con il fil di ferro a un muretto e sovrastata da una grande croce di legno. La stella cometa è inchiodata al posto del cartello «Inri» sulla testa di Gesù.
La moschea di Colle Val d’Elsa, quella che si attirò l’invettiva di Oriana Fallaci, non si trascina una storia di razzismo, fascismo o fanatismo leghista, come molti sostengono dopo la piazzata di Mario Borghezio e lo sventolio di una bandiera con la svastica inalberata da Forza nuova. La gente del quartiere sta quasi tutta a sinistra. «Ho sempre votato Pci, Pds o Ds - ammette Bertinelli -. Lo sentivo vicino ai miei interessi. Ma ora in molti cominciamo a pentirci. Non so se voterei ancora la Quercia».
A Colle il centro islamico ha da anni una sede in uno slargo a pochi passi dalla grande piazza Arnolfo, ai piedi delle mura medievali. Le stanze sono piccole e disadorne, come tanti altri luoghi di preghiera sparsi per l’Italia. I negozianti del quartiere (bar, ristoranti, supermercati e botteghe, un’edicola) calcolano che il venerdì sia frequentata da 200 persone al massimo; del resto all’elezione dell’imam Ferras Jabareen, due anni fa, hanno partecipato 135 fedeli (85 favorevoli). Stando al numero di fedeli, non c’è bisogno di una nuova moschea.
E infatti, ammette lo stesso Jabareen, un fisioterapista quarantenne che viene chiamato «il dottore», l’idea del nuovo edificio non è stata loro ma di Marco Spinelli, sindaco ds dal 1994 al 2004. Fu lui a offrire metà (3.200 metri quadrati) del parco comunale San Lazzaro nel quartiere Abbadia alla Comunità musulmana di Siena e provincia, che all’articolo 2 dello statuto esplicita l’adesione agli estremisti dell’Ucoii. Un’organizzazione che non ha trovato altra data che il giorno di Natale per celebrare a Rimini il suo convegno nazionale numero 36.
Nei disegni dell’amministrazione di sinistra la moschea doveva essere l’emblema dell’integrazione etnoreligiosa, l’avamposto della multiculturalità in una zona «rossa» che ha sempre catalizzato industrie e immigrazione, dal Sud e dall’estero: oggi a Colle sono rappresentati 64 Paesi. Fu la giunta comunale ad affidare (e a pagare) lo studio di fattibilità all’architetto tarantino Danilo Raccuja, convertito all’islam e consulente delle comunità musulmane d’Italia con vasto giro d’affari in Nordafrica. Lo stesso Comune, nonostante il Comitato di garanzia abbia dichiarato che l’opera «è priva di interesse generale in quanto presentata da soggetto privato», ha deciso di non incassare gli oneri di urbanizzazione e costruzione e di fissare un canone d’affitto poco più che simbolico. Viceversa, proprio per l’assenza di interesse generale, l’amministrazione ha bocciato due richieste di referendum consultivo presentate da migliaia di colligiani.
A sostegno del progetto è intervenuta la Fondazione Monte dei Paschi nella cui Deputazione generale (cioè il consiglio di amministrazione) sedeva Spinelli prima di cedere la poltrona all’attuale sindaco, il ds Paolo Brogioni. Mps sborserà 300mila euro, circa metà del preventivo, e ne aggiungerà altri 200mila per «riqualificare» quello che resterà del parco: un campo di gioco polifunzionale in cemento, una passeggiata pedonale (in cemento), 98 panchine, sei bagni pubblici. In previsione ci sono anche una nuova strada con 50 posti auto. «Dicono che lo fanno per gli abitanti - scuote la testa Leonardo Fiore, consigliere della lista civica anti moschea - ma anche un bimbo capisce che sono strutture a uso e consumo di chi frequenterà la moschea. Bagni, panchine e in futuro una cinquantina di posti auto: il parco diventerà un bivacco. La loro riqualificazione non la vogliamo».
Gli animi sono tesi. Molte auto passano strombazzando, le manifestazioni di protesta si susseguono, migliaia di firme contro l’edificio sono state raccolte e ignorate, le recinzioni del cantiere bersagliate da atti vandalici. «Noi non siamo contrari alla moschea - spiega Bertinelli -. La facciamo altrove, non qui, in mezzo alle case e su un’area pubblica. Il parco è proprietà della gente, non del sindaco, e abbiamo il diritto di dire la nostra. Invece siamo stati sempre messi di fronte al fatto compiuto. Non ce l’abbiamo con gli islamici, ma con i nostri amministratori. Abbiamo proposto almeno quattro terreni diversi, eravamo disposti ad autotassarci per pagare una permuta. Ma il comune è stato irremovibile».
Anche la comunità islamica era disposta a tirare fuori altro denaro: «Dieci, ventimila euro in più, che cosa sarebbero stati di fronte alla costruzione della casa di Dio?», esclama Mounir, il capocantiere. Così la cupola dorata troneggerà sui 2.400 metri cubi di vetro e cemento armato a ridosso delle case popolari dell’Abbadia con tanto di minareto, la torre del muezzin alta otto metri e mezzo: il sindaco lo chiama «un punto luce proiettato verso l’alto».
Al di là delle considerazioni sui modelli di civiltà e dei timori per il degrado sociale e l’ordine pubblico, la questione è che a Colle è vietato criticare il progetto. Per dare voce al malcontento l’onorevole Patrizia Paoletti Tangheroni (Forza Italia) è arrivata da Pisa: «Qualche collega mi ha sconsigliato dicendo: hanno eletto quel sindaco, si arrangino. La verità è che la gente va educata all’accoglienza, non obbligata». Nelle assemblee pubbliche si proclama che la moschea «è un diritto costituzionale intangibile». E si sente lo storico cattolico Franco Cardini paragonare le proteste contro la localizzazione del tempio a quelle contro gli inceneritori: «Se facciamo fallire questo esperimento annaffiamo la mala pianta del terrorismo e del fondamentalismo».
Dunque, gli estremisti non sono quelli dell’Ucoii, che negano il diritto di Israele a esistere, ma gli inquilini delle abitazioni popolari di Colle. Jabareen ripete: «Siamo sotto accusa per aver voluto aprire una casa di vetro secondo le regole del Paese che ci ha accolto». Il professor Mahmoud Salem el Sheikh, raffinato filologo egiziano docente a Firenze e specializzato a Oxford, se la ride dei terroristi islamici «così coglioni che finora in questo Paese non sono nemmeno riusciti a far brillare un petardo». Il Comune ha persino chiesto 3.000 euro al comitato promotore del referendum per le spese sostenute. Ma i colligiani senesi sono testardi. «In trent’anni la Salerno-Reggio Calabria non è ancora terminata - sentenzia una signora -. La moschea farà la stessa fine».
(2. Continua)