Un collezionista di bellezza che vende esemplari umani

«Il mercante di schiavi» di Juan Bonilla: un romanzo sul colonialismo sessuale e sulla forza irresistibile del desiderio

Non c’è nulla di più misterioso del destino di un corpo, scriveva Cioran. Se gli itinerari della saggezza e i modi di essere dell’intelligenza sono tutti riconoscibili, è però impossibile prevedere dove sarà domani, tra un mese, tra dieci anni, il nostro corpo. Dove ameremo, dove moriremo? Quali mani ci toccheranno, con quali intenzioni? I percorsi di un corpo sono davvero più insondabili di quelli dell’anima. Per questo aumentano le tecnologie per tenerli sotto sorveglianza: il corpo è l’ultimo residuo di vita, di imprevedibilità e di passione, in un mondo dove molto è già programmato.
Il mercante di schiavi di Juan Bonilla (Frassinelli, pagg. 250, euro 18) è un romanzo che ci avvicina a tale selvaggia, nuda vita che è il resto irriducibile del corpo dopo che questo è passato attraverso il tritacarne del mercato, della medicalizzazione, della biometria, delle diete, della pubblicità e, nello specifico, della prostituzione. È un libro sull’enigma del desiderio.
Moisés Froissard Calderón - voce narrante - è uno che di mestiere «salva le vite umane». Non tutte. Le migliori. Frequenta spiagge dove sbarcano clandestini, cammina nelle periferie del terzo mondo, sale e scende da aerei, affonda le mani nel fango e ne estrae rari gioielli che ripulisce e rimette in sesto affinché acquistino il valore che meritano. Insomma, Moisés è uno scout di corpi bellissimi da immettere sul mercato occidentale del sesso. E ci riesce con successo, corrompendo tutti, dai parenti delle sue prede ai funzionari dell’immigrazione. «Oggi te la potresti fare per pochi spiccioli, ma tra una settimana un’ora con questa ragazza costerà duemila dollari. Questo lo chiamo salvare la vita a qualcuno». Un giorno, la Direttrice del Club Olimpo, multinazionale specializzata nel soddisfare qualsiasi richiesta di chiunque possa permettersela, affida a Moisés il compito di rintracciare per un cliente e per sua moglie uno stupendo principe nubiano ammirato sulle pagine di una rivista. Strapparlo alla povertà con vaghe promesse non sarà difficile. Nell’affare si intromette Luzmila, un’albanese che Moisés tempo prima «salvò» e introdusse nel giro, e che ora vuol fare carriera. Dopo una frenetica competizione tra cacciatori, il «meraviglioso esemplare di animale» verrà stanato, e per creare una coppia perfetta per danarosi voyeurs gli verrà messa accanto una nera dalle altrettanto splendide fattezze. Ma le due prede si innamorano. Moisés si intromette, innamorato pure lui, o quasi. Al lettore la sorpresa del finale.
A partire da vicende siffatte, Bonilla avrebbe potuto comporre il semplice racconto di una redenzione, ironizzando sul colonialismo sessuale. Ha scritto, invece, un romanzo ambiguo, sensuale, problematico, volutamente irrisolto, dove alla fine il male viene abbandonato dal protagonista con la stessa indifferenza con cui all’inizio vi ci si era lasciato sedurre. Tra autoindulgenza, tergiversazioni, assunzione passiva delle circostanze che degenera in una vita nichilista, annoiata, fa capolino, alla fine, qualcosa che non può essere commercializzato, e che accampa - «responsabilmente», direbbe Lacan - le proprie ragioni: il desiderio. Cioè il corpo. In tutta la sua triste, vitale gioia.