Collina choc: «Tifavo Lazio» E tornano i fantasmi di Perugia

Silvia Gilioli

da Parma

È stata probabilmente la prima volta che Pierluigi Collina, per quasi un decennio miglior arbitro del mondo, parlava in pubblico dopo il suo addio al fischietto. Ha fatto lezione vicino all'ospedale Maggiore di Parma, al corso di laurea in Scienze Motorie della facoltà di medicina e chirurgia dell'Università di Parma. Questa è la sua prima stagione da pensionato del fischietto e allora ha trovato il coraggio di fare outing, di rivelare le sue squadre del cuore. «Da piccolo tenevo per il Bologna, la squadra della città dove sono nato. Poi mi ha affascinato un'altra aquila, a parte quella della Fortitudo nel basket: la Lazio. A 14 anni giocavo da libero e mi piaceva Pino Wilson, un personaggio con i suoi occhiali Rayban gialli. Peccato che nelle prime dieci partite della Lazio che ho arbitrato, i biancocelesti non abbiano mai vinto. E allora ogni volta non erano contenti della mia designazione».
Sarà, ma intanto viene un piccolo grande dubbio, ai tifosi juventini. Che domenica 14 maggio 2000 abbia fatto apposta a non sospendere definitivamente e a far recuperare la partita che ad Ancelotti costò lo scudetto. A Perugia, sotto il diluvio, dopo una sospensione infinita, segnò Calori e lo scudetto andò alla Lazio, senza neppure lo spareggio. Collina però garantisce che in campo l'arbitro pensa solo a non fare errori. «Si fa il tifo per la squadra dei direttori di gara, compreso il quarto uomo. Anche i calciatori hanno una squadra del cuore, a nessuno viene il dubbio che nei confronti diretti vogliano favorirla».
Collina ha insistito molto sul fatto che l'arbitro prima di tutto dev'essere un atleta. «Gli ultimi minuti sono i più difficili, i giocatori sono stanchi, commettono più errori e falli, qualcuno può chiedere il cambio, l'arbitro no. Dev'essere perfettamente allenato». Fondamentale è invece la preparazione delle partite, che assomiglia a quella degli allenatori. «Bisogna sapere le tattiche di gioco, le caratteristiche tecniche dei giocatori, per affrontare al meglio la gara. I bravi arbitri devono sapere leggere le partite, come i tecnici. Prevedere è meglio che reagire. Vanno capiti gli schemi utilizzati in campo: arbitrare chi usa il 4-4-2 è diverso dal 4-3-1-2. E poi fuorigioco, pressing aggressivo».
Suggestivo il ricordo del Foggia di Zeman. «Aveva Rambaudi, Baiano e Signori, giocatori bassi e molto rapidi e Mancini in porta, molto bravo a calciare il pallone. Normalmente quando la palla arriva al portiere, in campo c'è un po' di calma per tutti quanti. Un attimo di pausa, anche per l'arbitro. Mancini invece calciava subito lungo per uno dei tre, per attaccare lo spazio in condizione di superiorità». Capitolo simulatori, questione sempre annosa. «A me non interessa sapere se uno simula o meno. Eventualmente di fronte a uno che ha già simulato dovrò magari stare più attento. Ma il mio comportamento non è basato sul pregiudizio, m'interessa sapere tecnicamente cos'è portato a fare: un destro che gioca a sinistra è difficile che vada sul fondo e crossi, in genere finta e va al tiro di destro, sul secondo palo». Per documentarsi allora ci sono tv e internet. «La tecnologia è fondamentale per preparare la partita. Il microchip? Se dà certezze al 100%, se la sperimentazione che è in atto sarà totalmente positiva, può essere utile».