Collodi e l’Anticristo Il cardinal Biffi fuori dai «sacri recinti»

Le divagazioni letterarie e storiche di un porporato impertinente. Il «papà» di Pinocchio? Un mazziniano deluso in crisi metafisica

«Un cardinale che non gioca a bocce o non si affaccia mai a contemplare la luna, non scrive filastrocche per i bambini o non alleva canarini, ma compie solo quello che in ogni caso gli verrà attribuito dopo la morte dalle biografie ufficiali, è più pericoloso per la cristianità di un eresiarca». Quando ho scritto queste incaute parole, ero un parroco in pace: andare a finire addirittura nel Sacro collegio era ai miei occhi una sorte meno prevedibile di quella di diventare generale dei carabinieri. Ma adesso quelle frasi un po’ impertinenti mi possono essere rinfacciate: una volta cardinale, non mi sono affatto preoccupato di seguire quei saggi consigli. Però allo «spirito» dell’ammonimento mi sono abbastanza attenuto: le mie attenzioni e le mie letture hanno spesso sconfinato dai «sacri recinti». Non mi sono limitato a occuparmi di teologia e di pastorale, di opere patristiche e di documenti conciliari. Tuttavia le divagazioni, di cui qui ho raccolto qualche testimonianza, a dire il vero sconfinavano sì dall’ambito rigorosamente ecclesiastico, ma non da quello della visione evangelica e della contemplazione della verità che salva: Collodi, Guareschi, Solovev, Chesterton, Bacchelli, Tolkien - tutti «laici» nel senso migliore e più autentico del termine - mi hanno davvero fatto crescere nella «intelligenza della fede».
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Nel 1860 Carlo Collodi scrive sulla Nazione (ed è, nella sua perentorietà, una confessione sorprendente): «Tutto è favola in questo mondo, tutto è invenzione, dall’idea di Mazzini fino all’Ippogrifo dell’Ariosto... Che il cielo mi perdoni, ma l’anarchia regna nello Zodiaco: il firmamento par diventato un quissimile all’Impero austriaco: nuvoloni, siccità, confusione e scompiglio». Se la prima parte della frase ci dice che ormai si è insinuato nella coscienza del reduce dalle patrie battaglie il disincanto e lo scetticismo politico, la seconda ci rivela un’inquietudine che pare raggiungere una dimensione cosmica e, per così dire, metafisica. Non era più solo la visione mazziniana a essergli estranea: un po’ tutte le concezioni, che pure avevano ammaliato la sua giovinezza, adesso non riescono più a persuaderlo. Beninteso, non rinnega niente del suo passato, non diventa un reazionario; ma i risultati del sommovimento e della grande impresa, cui aveva fattivamente contribuito, non gli piacciono. Gli antichi ideali non sono ripudiati, ma non è soddisfatto della forma in cui si sono inverati.
È deluso della meschinità e della scarsa attenzione sociale del nuovo Stato unitario, senza che per questo presti ascolto ai miti più recenti del socialismo nelle sue varie versioni, per le quali non nasconde la sua antipatia. Resta in lui un amore rabbioso per l’uomo e un’infinita compassione per la sua varia miseria, ma non si affida a nessuna delle ricette che in quei decenni si esibivano come rimedi risolutivi ai guai dell’umanità dolorante. Si mostra scettico perfino sull’incontestato dogma illuministico dell’istruzione delle masse, che in quel tempo aveva ispirato la legge Coppino sull’istruzione obbligatoria: «Date retta me, che sono un ignorante: meno chiacchiere e più pane! Il proletariato cencioso e affamato, che non ha da portare alla sua famiglia altro nutrimento che pochi torsoli di cavolo raccattati dalla spazzatura, cosa volete voi che si faccia della vostra istruzione e dei vostri libri?» \.
Arriva a descrivere così i risultati della cultura dei «lumi»: «A furia di illuminazione, la religione è sparita, la superstizione e il beghinismo sono rimasti; l’istruzione è andata avanti a piè zoppo, la pretenzione e la presunzione hanno viaggiato col vapore». Collodi è dunque un uomo ormai disilluso e disgustato. E questo malessere si lasciava percepire anche esternamente, come attesta il nipote Paolo Lorenzini: «Non era più del suo umore di una volta, appariva chiuso, taciturno, malinconico, per quanto avesse sempre pronta la barzelletta e la facezia quando si animava un poco» \.
Osservatore inesorabile dei mali sociali, implacabile opinionista politico, critico teatrale pungente e immisericorde, lui stesso autore di commedie dall’esito non strepitoso, il Lorenzini rischiava di essere inaridito - perciò inceppato e precluso ai voli nel cielo della grande arte - dalla sua acidità spirituale e dalle sue propensioni allo scetticismo. Questa crisi - se fosse rimasta irrisolta, e l’avesse mantenuto in un atteggiamento sdegnoso e talvolta persino corrosivo - non gli avrebbe lasciato percorrere molta strada nel campo della letteratura, nonostante il pregio e la briosa agilità della sua prosa; né gli avrebbe consentito di far ascoltare la sua voce oltre i confini della sua Toscana e di là dallo spazio angusto della contemporaneità. E tuttavia essa è stata provvidenziale e benefica: lo ha preservato dal conformismo, da ogni tentazione di retorica nazionalista, e (se ci è permessa un’impertinenza) dalla deprecabile eventualità di infliggerci un doppione del Cuore. A motivo di questo scontento e di questa irrequietezza, il Collodi ha cominciato a cercare e alla fine ha ritrovato - oltre le vicissitudini, le parziali esperienze, le stratificazioni ideologiche - la sostanza della sua anima e la sua autentica identità. Tutto lascia credere che senza questa crisi Pinocchio verosimilmente non sarebbe mai stato scritto.
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Il filosofo russo Vladimir Sergeevic Solovev è morto il 13 agosto 1900. È morto sul limitare del secolo XX: un secolo del quale egli, con singolare acutezza, aveva preannunciato le vicissitudini e i guai; un secolo che avrebbe però tragicamente contraddetto nei fatti e nelle ideologie dominanti i suoi più rilevanti e più originali insegnamenti. È stato dunque, il suo, un magistero profetico e al tempo stesso un magistero largamente inascoltato; noi però vogliamo riproporlo, nella speranza che la cristianità finalmente se ne senta interpellata e vi presti un po’ d’attenzione.
Al tempo del grande filosofo russo, la mentalità più diffusa - nel clima fiducioso e spensierato della belle époque - prevedeva che all’umanità, nel secolo che stava per iniziare, fosse riservato un avvenire sereno e gratificante: sotto la guida e l’ispirazione della «nuova religione» del progresso e della solidarietà senza motivazioni trascendenti, i popoli avrebbero conosciuto un’epoca di prosperità, di pace, di giustizia, di sicurezza. Sul finire dell’800 Victor Hugo già aveva profetizzato: «Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice»; come s’è visto. Solovev invece non si lascia contagiare da tanto laicistico candore e preannunzia con antiveggente lucidità tutti i malanni che poi si sono di fatto avverati. Come lo sono di solito i veri profeti, egli è un «profeta di sventura».
Nel Secondo discorso sopra Dostoevskij, e dunque fin dal 1882, Solovev parrebbe pronosticare l’insipienza e l’atrocità del collettivismo tirannico, che coll’utopia del «socialismo reale» (mirante a imporsi con la costrizione e la violenza a tutte le nazioni della terra) avrebbe afflitto qualche decennio dopo la Russia e buona parte dell’umanità. «Il mondo - egli afferma - non deve essere salvato col ricorso alla forza. Il compito da adempiere non sta semplicemente nel riunire tutte le parti dell’umanità e tutte le azioni umane in una sola causa comune. Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente, se essi sono tenuti insieme da un istinto cieco o da una costrizione esterna, allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata raggiunta l’umanità universale, si avrà solo un enorme “formicaio”»; quel «formicaio» che in effetti sarebbe stato poi parzialmente attuato dall’ideologia ottusa e impietosa di Lenin, di Stalin e dei loro sciagurati discepoli \.
Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del ’900. Egli la raffigura nell’icona dell’Anticristo, personaggio affascinante che, nelle sue congetture, riuscirà a influenzare e a condizionare un po’ tutti. Su di lui saremo invitati seriamente a riflettere. Diciamo fin d’ora, anticipando, che non ci sarà difficile ravvisare in questa figura enigmatica l’emblema, quasi l’ipostatizzazione, della religiosità confusa e ambigua del tempo che oggi stiamo vivendo. In particolare, viene delineato e criticato qui, come vedremo, il «cristianesimo dei valori», l’enfatizzazione delle «aperture», l’ossessione del «dialogo» a qualunque prezzo, dove pare che resti poco posto alla persona unica e inconfrontabile del Figlio di Dio crocifisso per noi, risorto, oggi vivo, e all’evento salvifico. È, come si vede, la situazione che Divo Barsotti ha denunciato con una frase tremenda e tremendamente vera, quando ha detto che ai nostri giorni nel mondo cattolico Gesù troppo spesso è solo una scusa per parlare d’altro.
Abbiamo di che meditare. La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale; il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; la Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che non sia proprio questo nostro il dramma ecclesiale predetto da Solovev? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso.

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