Colombati, pagine vietate agli uomini stupidi

Una scrittura energica e tagliente fa giustizia di tanta narrativa che ruota intorno a protagonisti deboli e inetti

Sarà per la coincidenza con la grande mostra sull’ispiratore di Stravinskij al Tate Gallery, Hogarth, o forse per l’ambientazione londinese, ma aprendo l’ultimo romanzo di Colombati si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un Rake's Progress in cui i Mephisto sono due. A tentare il giovane laureato romano volato in Inghilterra c’è infatti da un lato il signor Muss, dinamico manager che vorrebbe farne un billionaire, e dall’altro una gloria delle patrie lettere incontrata nella vasca idromassaggio di un locale per nudisti, il Rio Center: «Fu a quel punto che il vecchio mi guardò come il Diavolo un peccatore appena giunto in città. Allungò la mano, che strinse la mia mentre la sua voce - “una delle più importanti della sua generazione”, avevo letto nell’antologia di letteratura italiana in terza liceo - scandì: “Filippo Runeberg”. Ero fritto».
Fritto anche perché i maliardi vapori del locale spingono alla hybris: messo alle strette, il nostro eroe ha l’ardire di spacciarsi per aspirante scrittore. All’inizio, la bugia paga: grazie all’aura del romanziere in erba gli si apriranno le porte della scena letteraria di Londra, fino all’apoteosi della sera in cui, a casa della nipote di Runeberg, a salutarlo da un divano sarà addirittura Martin Amis.
Peccato per lui che le bugie abbiano le gambe corte, e che pian piano tutto si guasti: a partire dalla figura leggendaria e fragile del grande scrittore italiano, sulla quale appariranno crepe sempre più profonde.
Beffando il luogo comune che vuole l'esordiente cadere goffamente alla seconda prova, Rio (Rizzoli, 353 pagg., 17euro) è un romanzo riuscito. Lo stesso fastidio che danno le magagne che contiene testimonia il suo valore, perché invita ad immaginare ciò che avrebbe potuto essere il volume se fossero state eliminate. Ci riferiamo alla decisione discutibile di usare altre opere come mattoni appena adattati, dalle pagine arbasiniane di Parigi o cara sul piccolo genio Minou Drouet all’ormai celebre cranio bucato de L’errore di Cartesio; da Ossigenarsi a Taranto, aria del baule di Laura Betti e, oggi, Paolo Poli alle note vicende resistenziali di Pasolini.
Ma anche a una censurabile disinvoltura nella citazione o nell’allusione, passata indenne attraverso l'editing-colabrodo della Rizzoli: a Londra c'è Savile row, non Savile road; con la Circle line non si giunge fino a Oxford street e, a proposito di circoli, quello di Vienna non si occupava di elaborazioni del lutto, ma di logica e analisi del linguaggio; quanto agli spauriti Pensées di Pascal, tornano sublimi se si ha l’accortezza di riferirsi ad essi come le Pensées, essendo il loro genere femminile.
A parte questo, una scrittura tagliente, tesa, tonica di marca anglosassone fa giustizia sommaria delle obiezioni, le metafore scintillano e soprattutto sorprende l’energia intellettuale. Sembra quasi che Colombati, al pari di Piperno, voglia seppellire una volta per tutte quella che ci è capitato di definire la letteratura del sensorio debole, vale a dire le pagine dedicate ad esseri stupidi, ripiegati sulla loro inettitudine.
Questa energia che abbonda nella narrativa postmoderna, per esempio nel primo romanzo di Colombati, il molto apprezzato e poco letto Perceber, in Rio non si attenua: solo che adesso anima una storia che si vuole organica, con un centro e una periferia, un inizio e una fine. Non è poco, con questi chiari di luna.