Colombia Duro colpo ai terroristi

Morto un leader se ne ammazza un altro. Sembra ormai essere questa la regola nella violenta Colombia, dove il governo sta combattendo la battaglia finale contro la guerriglia narcotrafficante che impesta il Paese da mezzo secolo. A tre anni dalla fine del carismatico «comandante» Manuel Marulanda e a poco più di un anno dall’uccisione del capo militare Mono Jojoy, le Farc colombiane sono state nuovamente decapitate: il nuovo numero uno Alfonso Cano, 63 anni, è stato ucciso in uno scontro con le forze armate regolari nella regione sud-occidentale di Cauca, una delle più inospitali del Paese sudamericano.
Mentre Bogotà festeggia il presidente della Colombia Juan Manuel Santos canta vittoria e si rivolge ai guerriglieri comunisti che ancora sostengono la lotta armata contro il governo: «Voglio mandare un messaggio a ogni singolo membro di questa organizzazione: smobilitatevi. Perché altrimenti, come abbiamo detto tante volte e come abbiamo dimostrato, finirete o in galera o in una tomba».
Guillermo Leon Saenz (vero nome di Cano), era nato nella capitale Bogotà da una famiglia della media borghesia nel 1948. Studente di antropologia, rimase sempre un intellettuale. Entrato nella gioventù comunista colombiana nel 1970, ne divenne il capo e fu anche incarcerato per ribellione. Nel 1982 passò nel campo dei terroristi e aderì alle Farc, della cui dirigenza clandestina composta da sette persone entrò ben presto a far parte. La sua «carriera» raggiunse l’apice nel 2008, quando prese il posto di «Tirofijo» Marulanda.
L’esercito colombiano era sulle tracce di Cano (sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari) ormai da mesi. Nonostante Cano fosse considerato più incline al dialogo del suo predecessore, aveva respinto al mittente tutte le proposte di negoziato ricevute nell’arco di tre anni dal precedente governo di Alvaro Uribe e da quello attuale di Santos. Si trovava indubbiamente in una posizione di crescente difficoltà, effetto della vincente strategia adottata dall’attuale presidente: un misto di soffocante pressione militare e di misure che mirano a favorire l’abbandono delle Farc da parte dei guerriglieri. Migliaia di uomini avrebbero accettato le offerte di reinserimento nella società, tanto che si calcola che oggi la guerriglia marxista in Colombia possa contare su circa seimila effettivi, contro i quasi ventimila degli anni Novanta.
Secondo alcuni osservatori, con la morte di Cano, la stessa sopravvivenza delle Farc, ormai più un cartello di narcotrafficanti nichilisti che un movimento politico armato, è a rischio.