Colombia, prove di pace con la guerriglia

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

È l’ultimo passo della fase iniziale, potrà essere il primo passo della fase finale. Dopo aver trattato e stretto accordi temporanei con due dei tre eserciti privati che da decenni insanguinano la Colombia, il governo di Bogotà ha ora annunciato di essere pronto a trattare anche con il terzo, il più tenace avversario. Il presidente Alvaro Uribe ha autorizzato ieri un negoziato con le Farc, Forze armate rivoluzionarie della Colombia: inizialmente per stabilire una «zona di incontro» e subito dopo per aprire la trattativa per un cessate il fuoco e una soluzione politica del conflitto. Dopo una serie di contatti attraverso mediatori, le Farc hanno proposto la smilitarizzazione temporanea di un distretto, la creazione di una zona neutra smilitarizzata in cui condurre i negoziati. La guerriglia propone uno scambio di prigionieri come primo passo verso un’amnistia, prodromo alla sua trasformazione in partito politico legale. Il governo ha risposto dichiarando la propria disponibilità. Ha seguito insomma la trafila che in pochi mesi ha condotto, dopo decenni di stallo, al dialogo con le altre due forze illegali del Paese. L’Eln, Esercito di liberazione nazionale, marxista rivoluzionario come le Farc, ha condotto le prime trattative con le autorità colombiane a L’Avana, in un luogo neutro ma psicologicamente consono alle organizzazioni di estrema sinistra, con la mediazione di tre Paesi europei, Spagna, Norvegia e Svezia. Negoziato finora coronato da successo e condotto in parallelo all’altro con un’organizzazione armata di segno opposto, l’Auc, «Autodifesa della Colombia», eserciti privati che da anni combattono i guerriglieri dell’estrema sinistra nei distretti rurali e sovente per finanziarsi fanno affari con i «cartelli» di spacciatori di droga, di cui la Colombia è il primo produttore nel mondo. La tregua è stata raggiunta con questi ultimi interlocutori a condizioni molto generose da parte del governo, che si riassumono in un’amnistia generale anche per i responsabili di violenze e atrocità, a patto che essi si astengano da azioni violente e collaborino con il governo.
Il discorso con le Farc è più difficile e più importante. Sia pure «corrotta» a sua volta da «coperture» fornite in determinate zone ai narcotrafficanti, questa organizzazione è vecchia di decenni. È nata nel 1964, dopo l’abbattimento da parte dell’esercito di quello che voleva essere uno Stato indipendente, la Repubblica di Marquetalin. Datesi alla macchia, le bande armate hanno potuto sopravvivere per più di quarant’anni nelle zone più misere del Paese, finanziandosi, oltre che con il denaro della droga, anche con i proventi di un certo numero di sequestri di persona a riscatto. Spesso inoltre le Farc sono passate all’attacco, estendendo il territorio sotto loro controllo e giungendo a disporre quattro anni fa di oltre 17mila combattenti. Le trattative col nuovo presidente hanno indotto qualche esponente della guerriglia a deporre le armi, ma lo stato di emergenza continua, reso ancor più vulnerabile per la contemporaneità con un altro sviluppo militare, la «guerra alla droga» condotta dagli Stati Uniti che intervengono in proprio contro i narcotrafficanti e bombardano le aree coltivate a coca. Le periodiche controffensive lanciate dal governo non sono mai riuscite a sradicare la pianta della violenza. Solo da quando ha scelto la strada delle trattative il presidente Uribe, un indipendente di origini conservatrici, ha ottenuto risultati. O per lo meno ha rotto il ghiaccio per una iniziativa più politica che militare.