Colombo, 188 documenti provano senza dubbi le sue origini genovesi

Ho letto gli articoli di Rino Di Stefano su «il Giornale» del 30-11-05 e del 27-12-2005 contenenti l’accesa reazione di Ruggero Marino, ma precedentemente anche la notizia comparsa il 22-11-2005 su «Il secolo XIX» di Genova riguardante la presentazione a Roma, altamente elogiativa, del suo recente libro «Cristoforo Colombo l’ultimo dei Templari» da parte di Gianni Letta.
Sollecitato ad intervenire in merito - dopo aver doverosamente esaminato tale opera - devo ammettere di essere rimasto sconcertato. A parte che di Colombo vi si parli assai poco, devo confessare che a fatica sono riuscito a riconoscere un nesso, tra diverse nozioni meramente accostate tra di loro (come direbbero i latini: Huc illuc, hinc inde) a sostegno delle tesi dell’Autore.
Egli stesso confessa di non possedere prove documentarie in favore delle proprie tesi ma si permette di affermare che non le hanno «neppure gli studiosi tradizionalisti».
Tuttavia si spinge a sostenere la consanguinetà diretta tra Cristoforo e il Papa Innocenzo VIII specialmente sulla base di mere somiglianze da lui ravvisate, tra i ritratti di Colombo e le effigi del pontefice. E fra tali immagini non manca, quella, chiaramente falsa, già attribuita al pittore Berreguete che in verità non raffigura il Genovese bensì un re d’Inghilterra. (Ricordo che anche gli esami effettuati sul quadro nell’aprile del 1992 per incarico del prof. Francesco Sisinni, allora Direttore generale del Ministero dei Beni Culturali, lo dichiaravano non riferibile a Colombo).
Non si può obbiettivamente ritenere che tale ed altri metodi e convinzioni personali possano definirsi scientifiche o solamente oggettive, tanto più che pretendono di prevalere su di quanto finora è noto ed accertato in modo univoco ed incontrovertibile.
Ruggero Marino finge di ignorare o di non tener conto di una realtà fondamentale: tutto ciò che si conosce su Colombo e la sua famiglia è costituito da documenti d’archivio, notarili e pubblici, da me pubblicati nel 1993 nel IV vol. della «Nuova Raccolta Colombiana». Si tratta di 188 atti degli archivi di Genova e di Savona editi in latino e tradotti in italiano, collegati tra di loro da nesso organico, dal 1435 al 1531.
Ma nella necessità di chiarire la differenza tra ipotesi e induzioni rispetto a conoscenze sicure ed incontestabili, si rende necessario, a questo punto, ripetere quanto ebbi già ad esporre in altre sedi, riguardo alla obiettività storica dei documenti d’archivio.
Infatti, come stabilisce l’Euristica, che è la scienza riguardante le fonti storiche, la credibilità dei documenti d’archivio è assoluta, ed in quanto tale sta al vertice di ogni altra fonte storica; è perfettamente coevo al fatto o negozio giuridico stipulato ed in esso contenuto, quindi assolutamente obiettivo e veritiero; indenne pertanto da eventuali elementi celebrativi di qualsiasi genere. Ed in ciò, tali testimonianze giuridiche si differenziano da ogni altra narrazione storica anche coeva ai fatti in essa riferiti e che può contenere valutazioni personali da parte del suo autore.
I nostri antichi progenitori latini, ben convinti di quanto sopra, usavano dire: Contra documentum non habet argumentum.
Ma il Marino nella sua difesa del 27-12-05 su questo quotidiano, è andato ben oltre la corretta polemica con una frase che vuol colpire direttamente anche coloro, come il sottoscritto, che hanno trattato le questioni colombiane con oggettività scientifica.
Infatti egli osa lanciare un’accusa ben precisa (evidenziata dal giornale in grassetto) affermando che: «a Genova c’è quella che chiamo “intellettopoli” colombiana, che su Colombo campa e vuole continuare a camparci».
A dire il vero, se c’è uno che su Colombo ci campa e vuole continuare a camparci comunque, è proprio il precitato Autore.
Ritornando alla presentazione del suo libro a Roma, ci pare ragionevole quando Gianni Letta ha accostato tale lavoro al «Codice Da Vinci» di Dan Brown. Beninteso che tale lavoro è chiaramente opera di fantasia. Ma già Paolo Emilio Taviani su «Il secolo XIX» del 5-9-2000 (pag. 23), aveva definito le tesi del Colombo figlio di Innocenzo VIII: «una delle tante fantasie di mezza estate».
Desidero ancora dire che mi trovo d’accordo con quanto è stato esposto dal giornalista Rino Di Stefano, il quale dimostra un’attenta informazione sulle problematiche colombiane. Solamente devo precisare che il prof. Taviani, pur grande studioso, non scoperse nessun documento colombiano.
Infine, ricompare la tesi sostenuta da parte di qualcuno sulla possibilità che Cristoforo Colombo sia nato a Quinto, ove viveva la famiglia dello zio, anziché a Genova nella casa paterna di vico dell’Olivella e dove Domenico Colombo a quel tempo stabilmente era custode di quella torre e porta della città (1451).
A parte la non accertata consuetudine di far partorire le mogli in casa della suocera, un’altra ragione consigliava a quei tempi di dare alla luce i figli maschi in città, perché gli stessi avessero la qualifica di cittadini con tutti i privilegi connessi a tale stato. Ciò diversamente dagli abitanti e dai nati fuori dalle mura. Pertanto anche la qualifica di cittadino si acquisiva venendo alla luce solo entro la cerchia della città.
Direttore emerito dell’Archivio di Stato di Genova
Membro del Comitato Scientifico Nazionale Colombiano