Colombo, Copernico e Lutero i nuovi eroi della conoscenza

Ma alla base dei progressi compiuti in tutti i campi del sapere ci sono anche Platone, Galeno, Euclide e Archimede

Il Rinascimento ha da poco compiuto 150 anni. Circa un secolo e mezzo fa, infatti, nel 1855, lo storico francese Jules Michelet delineò per la prima volta, nella sua Histoire de France au XVI siècle, i confini di un’epoca a cui attribuì il nome di Renaissance. Michelet non fu il primo a parlare di un rinascimento delle arti, delle lettere, della cultura nell’Europa del Quattro e Cinquecento. Già Giorgio Vasari, più volte, parlò della rinascita della pittura. E di rinascite, restaurazioni, rinnovamenti traboccano le pagine degli stessi umanisti, e indietro ancora fino a Petrarca. Ma Michelet regalò al Rinascimento una lettera maiuscola. Inventò un momento storico in cui l’umanità sfidava e superava nuovi confini in ogni campo del sapere. Il Rinascimento, scrive Michelet, si fonda su tre pietre angolari, tre eroi della conoscenza: Colombo, Copernico e Lutero. L’italiano scopre il mondo nuovo, l’astronomo polacco svela l’armonia dei cieli, il tedesco rinnova i territori dello spirito. Così, conclude Michelet, viene fondato il nuovo mondo dell’uomo. In un movimento culturale che unisce «la scoperta della terra a quella del cielo».
Rispetto a Michelet, alla sua concezione del Rinascimento come grande corrente europea, in cui stanno dentro tutti, Michelangelo e Rabelais, Calvino ed Erasmo, Shakespeare e Montaigne, Galileo e Cervantes, lo svizzero Jacob Burckhardt qualche anno dopo, col suo libro su La civiltà del Rinascimento in Italia (1860), compie forse un passo indietro. Per Burckhardt il Rinascimento è una creazione del genio italiano: «Gli italiani, prima di ogni altro popolo, si trasformarono in uomini moderni e meritarono per questo di essere detti i figli primogeniti della presente Europa». E ancora: «Non fu il semplice rivivere dell’antichità ma la sua unione col genio del popolo italiano che conquistò l’Occidente: il resto d’Europa fu libero di rifiutare o di accettare, in parte o in tutto, il poderoso impulso che veniva dall’Italia». Italia motore del nuovo mondo: il platonismo di un Marsilio Ficino, le riflessioni sulla «dignità umana» di Pico della Mirandola, gli splendori della Firenze dei Medici incarnano il vero Rinascimento. Quello che segue, nel resto d’Europa, è un prodotto derivato.
Miracolo italiano, fenomeno europeo: cosa fu davvero il Rinascimento? Gli specialisti avranno di sicuro tutte le risposte. Ma nella mentalità comune il Rinascimento resta qualcosa di apparentemente netto, poderoso nella grandezza delle sue realizzazioni, soprattutto artistiche, ma tuttavia indefinito. Se ci si avvicina a quei due secoli vivaci e turbolenti, XIV e XV, il quadro d’insieme della Rinascita sfuma in una ricchezza di chiaroscuri e contrasti. Intanto aveva forse ragione Delio Cantimori, grande storico italiano dei movimenti religiosi, a ricordare che a ben vedere si può parlare di più «Rinascimenti»: «Quello italiano, quello francese, quello inglese, quello tedesco; o quello pagano, quello cristiano, quello artistico, quello letterario, quello filosofico, tutti distinti per qualità e caratteristiche, e nel tempo e nello spazio». E in effetti, per esempio, nella Firenze del Quattrocento possono avvicendarsi due personaggi così diversi come Giorgio Gemisto Pletone e Girolamo Savonarola. Al primo, un dotto bizantino che accarezza il sogno di restaurare il culto degli dei pagani in una religione universale che superi cristianesimo e islam e che insegna il platonismo ai fiorentini, segue di pochi decenni il secondo, col suo pauperismo e rigorismo teocratico. Ed è difficile anche tracciare i confini temporali del Rinascimento: se Michelet lo faceva continuare fino a Galileo, alcuni lo vorrebbero fermare al 6 maggio 1527, quando i lanzichenecchi saccheggiarono Roma.
E il mondo della Riforma sta dentro o contro il Rinascimento? Ne rappresenta il prolungamento o la fine? Si sa che Lutero non amava gli umanisti. E si faceva beffe di Erasmo da Rotterdam con i suoi distici latini parlando di se stesso in terza persona: «Res sine verbis Lutherus/ verba sine rebus Erasmus». Lutero è sostanza senza chiacchiere, Erasmo chiacchiere senza sostanza. Eppure, curiosamente, l’espressione ricalca quella usata da Francesco Berni per esaltare la grandezza poetica di Michelangelo di fronte ai sospiri dei petrarchisti: «Ei dice cose e voi dite parole». Lo stesso Berni si scagliò anche contro la corruzione ecclesiastica invitando i sacerdoti, sepolcri imbiancati, a «riformare» i loro cuori. E, d’altra parte, Lutero aveva al suo fianco un uomo come Melantone, che era un umanista a tutto tondo. Professore di greco a Wittenberg, Melantone ancorava la riscoperta degli antichi al desiderio di affrancarsi dalla tradizione cattolica. Il greco serviva per leggere Aristotele senza la mediazione della scolastica e, ovviamente, il Nuovo Testamento senza quella della Chiesa. E, magari, anche per farsi gioco di quegli intellettuali tutti chiacchiere e niente sostanza invisi allo stesso Lutero: non a caso Melantone curò un’edizione delle Nuvole di Aristofane, dove la presa in giro di Socrate, ridotto a un ciarlatano ateo e materialista, veniva piegata alle polemiche antifilosofiche del giorno.
Per quante idee diverse si possano avere sul Rinascimento, resta indiscutibile il fatto che la riscoperta degli antichi sia stata fondamentale. Gli antichi furono schierati, assoldati al servizio dei tempi nuovi. Lo spirito di Tito Livio aleggiava sulla repubblica fiorentina che si scrollava di dosso la signoria medicea. Platone era ovunque. Nella Francia delle guerre di religione i poeti della Pleiàde, come Ronsard e Du Bellay, si abbeveravano alla poesia greca, sotto la guida del filologo Jean Dorat. E, essendo cattolici ferventi, venivano derisi da un altro grande filologo, Isaac Casaubon che, da protestante, aveva iniziato a leggere gli oratori greci mentre era un ragazzetto in fuga dopo il massacro di San Bartolomeo. Usato in diverse maniere, piegato ai più diversi interessi, l’antico era comunque dalla parte del nuovo. Anche la rivoluzione scientifica, probabilmente, non ci sarebbe stata senza la riscoperta delle opere degli scienziati greci: senza i trattati medici di un Galeno o senza la matematica di Euclide e la geometria di Archimede.
«Seculum aureum», una nuova età dell’oro era per Marsilio Ficino l’epoca della riscoperta dell’antico e del rinnovarsi delle arti. Mentre lo storico Johan Huizinga vantava lo spirito ludico del Rinascimento, che vedeva incarnato alla perfezione nella «armonia musicale» e nella «letizia di timbro» della poesia dell’Ariosto. Certo, il mito del Rinascimento sarà sicuramente esagerato: se si pensa al sangue versato, alle guerre di religione, ai conflitti interni ed esterni, è difficile vedervi un’epoca in cui trionfavano solo la bellezza delle arti e la gioia di vivere. Ma resta valida, in fondo, la celebre battuta di Orson Welles nel film Il terzo uomo: «In Italia con i Borgia per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, assassinii e massacri; ma c’erano anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e che cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù».