La Colonia Fara è un patrimonio collettivo

Egregio Dott. Lussana, ho letto la replica del lettore Vaccari nell'edizione odierna del Giornale, in merito al dibattito sulla conservazione e il recupero della colonia Fara. La ringrazio sentitamente per lo spazio concesso a entrambi per il contraddittorio. Concordo pienamente, come da Lei sostenuto nei suoi recenti editoriali, della necessità di un confronto civile e serrato, anche (e soprattutto) quando le visioni sono divergenti. Lo scambio culturale, come Lei ricorda spesso, arricchisce tutti, e va al merito del Suo giornale se oggi è possibile esprimersi in questo prezioso spazio di libertà. Approfitto dunque ancora una volta della Sua pazienza e cortesia, inviandoLe in allegato alcune mie considerazioni conclusive, ringraziandoLa nuovamente se potranno trovare ancora spazio nella pubblicazione del suo giornale. Come «addetto ai lavori», ho trovato altresì estremamente interessante anche l'inchiesta sui mostri di cemento e sul dibattito che ne è seguito. Come modernista «intransigente», Le confesso di trovarmi in serio disagio di fronte a quelle che non esito a definire «degenerazioni del moderno». Credo sarebbe interessante e utile sviluppare, magari con ulteriori iniziative, queste problematiche, che hanno peraltro delle ricadute economiche e sociali non indifferenti. RingranziandoLa nuovamente della cortese disponibilità, voglia gradire i miei più cordiali saluti.

A conclusione del mio intervento «La conservazione e l'identità degli edifici moderni» presentato l'anno scorso all'Académie d'Architecture di Parigi in occasione della Conferenza internazionale «Préserver le moderne: renouveler les approches» su invito personale del Presidente dell'Académie, Aymeric Zublena, sostenevo: «La fenomenologia identitaria delle costruzioni moderne rivela meccanismi complessi ed evidenti aporie; il problema della riconoscibilità del moderno è una questione che ha impegnato in misura trasversale tanto il gotha intellettuale che l'ambiente accademico e professionale. La messa a punto dell'attuale processo di revisione e di riappropriazione critica di quella vicenda storica è fatto relativamente recente, il cui avvio può essere idealmente fissato alla fine degli anni Ottanta, con la crisi definitiva dell'esperienza postmoderna. L'identità del moderno racchiude tuttavia in sé anche problematiche non esclusivamente legate a una congiuntura storica specifica, ma alla sua natura intrinseca. La mancanza di una legittimazione di massa del suo valore patrimoniale nasce in primo luogo dalla difficoltà di comprensione e di consenso per un complesso di opere delle quali - a differenza di ciò che avviene per l'architettura antica (verso la quale si nutre un sentimento di rispetto e di laica venerazione) - il valore artistico e storico, e conseguentemente il significato testimoniale di monumento-documento, non sono generalmente riconosciuti. Il rapporto, etimologicamente parlando, inusuale, tra la percezione stessa dell'idea di “modernità” e i concetti associati alla prassi della “tutela” e del restauro è peraltro reso ulteriormente problematico e conflittuale dalla tipologia esplicitamente utilitaria e dalla natura transitoria di questo patrimonio composto di machines à habiter, oltreché dall'assenza di una prospettiva storica di lunga durata (gli edifici più “antichi” del Movimento moderno superano a malapena i settant'anni). L'estensione dell'attribuzione del concetto di “bene culturale” all'architettura del Novecento presuppone, in primo luogo, l'elaborazione di un meccanismo di riappropriazione identitaria che prenda origine dalla comprensione dei suoi significati fondanti, superando il limite dell'espressione storico-materiale del manufatto. Nella valenza iconica e simbolica dell'oggetto architettonico, si condensa idealmente quell' “héritage» «immatériel», eredità morale portatrice di principi e di istanze sociali riformatrici, che costituisce il patrimonio ineludibile dell'età dei padri fondatori del Movimento moderno».
Sulla base di quanto ho qui brevemente sintetizzato, credo si possa dedurre facilmente in quale misura sia limitativo e fuorviante - come fa il nostro lettore - circoscrivere alla semplice «questione del bello» e a un sommario giudizio soggettivo, che peraltro non è supportato da alcun fondamento scientifico e disciplinare-specialistico, il giudizio di merito su un'opera di architettura, rinchiudendo in schemi sclerotizzati di stampo ottocentesco l'analisi di valore di un manufatto architettonico. L'identità del moderno e la sua ricezione seguono trame complesse, disegnando esiti mutevoli, in continua evoluzione. Se nel progetto di restauro, il principio e l'esigenza di autenticità dell'opera architettonica, come è formalmente sancito dall'art. 9 della Carta di Venezia, costituiscono la premessa ineludibile dell'atto tecnico della conservazione, è altrettanto vero che il restauro del moderno innesca nuovi rapporti tra pratiche diverse, che impongono necessariamente l'adozione di meccanismi interpretativi più flessibili e di criteri metodologici innovativi. Il valore patrimoniale di queste architetture si misura certamente, anche se non esclusivamente, nella loro qualità estetica e artistica, ma è proprio l'interpretazione estetica classicamente intesa che si è venuta modificando ed evolvendo nel corso degli ultimi decenni, grazie all'apporto di contenuti multidisciplinari in grado di affermare nuovi sistemi di significato, suscettibili al tempo stesso di modificarsi essi stessi nei continui processi di trasformazione della società globalizzata.
Concludo tranquillizzando (spero per l'ultima volta) il nostro lettore: come membro del DO.CO.MO.MO International, rinnovo in questa sede il mio personale impegno, sostenuto dalla presidenza della mia organizzazione, per la salvaguardia e il definitivo recupero della colonia Fara, un bene monumentale che è patrimonio di tutti i chiavaresi e dell'intera collettività; anche di coloro che, come Lei, Sig. Vaccari, non la amano.
Architetto Riccardo Forte
membro DO.CO.MO.MO International