Una colonia di «Monaci»

Monia Baldascino

Dalle foreste dell’Amazzonia ai palazzi della periferia romana. Un’intera colonia di Parrocchetti Monaci, pappagalli originari delle zone equatoriali del sud America, ha scelto come insolita dimora un vecchio cedro del Libano che si trova all’incrocio tra via Nisco e via della Caffarelletta. Passeggiando in zona si viene attirati da un particolare canto e, alzando gli occhi, si assiste a uno spettacolo davvero insolito: circa 250 pappagalli si muovono nel cielo con rapidi zig zag in un’esplosione di verde e di azzurro.
Il loro nome scientifico è Myopsitta Monachus, ma sono comunemente noti come Monaci: misurano dai 25 ai 30 centimetri, vivono in stormi di almeno 100 esemplari e sono diffusi per lo più in Brasile, Bolivia e Argentina. Con l’aiuto degli abitanti è stato possibile ricostruire la singolare storia di questi uccelli: quasi otto anni fa, due coppie di pappagalli sono fuggite da una gabbia di un ristorante cinese che si trova in via Appia Nuova; i quattro hanno deciso di mettere su famiglia e si sono riprodotti in fretta e senza problemi visto che hanno una spiccatissima capacità d’adattamento. Si nutrono infatti di frutti, bacche e germogli facilmente reperibili. L’unica vera difficoltà è rappresentata dal loro particolare modo di nidificare. I Monaci non utilizzano cavità degli alberi, ma creano grossi intrecci di bastoncini e stecchi che finiscono per diventare talmente pesanti da spezzare i rami su cui poggiano: il cedro «colonizzato» è infatti riconoscibile da lontano perché ha la cima completamente spoglia. Da qualche tempo i pennuti hanno anche una seconda casa: un pino su cui parte dello stormo si è trasferito quando il Comune ha deciso di potare i rami del rifugio originario. Anche lì c’è un Monaco-sentinella, pronto a dare l’allarme qualora si avvicinino cornacchie o altri predatori. In quel caso il frastuono diventa assordante. Ma qui ormai sono abituati a loro e non sembrano più accorgersi del canto che fa da sottofondo. La situazione potrebbe cambiare di qui a breve: in molti, primi fra tutti gli esperti del Bioparco, ritengono che il gruppo prima o poi vada smistato perché ormai sta diventando troppo numeroso e potrebbe portare sconvolgimenti all’ambiente che lo ospita.

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