Colonialisti con gli occhi a mandorla

A quattro giorni dalla rivolta di Chinatown, converrà stabilire alcuni punti fermi che possono essere sfuggiti.
1) I cinesi di Milano non sono «disperati» che volevano sfuggire alla miseria, ma «colonizzatori» che si sono insediati a Milano con lo stesso spirito con cui milioni di loro connazionali si sono trapiantati a Bangkok o a Manila, diventando nel corso degli anni padroni dei commerci e non nascondendo un certo senso di superiorità nei confronti degli «indigeni».
2) È ridicolo accusare le successive amministrazioni di non avere fatto abbastanza per integrare questa comunità. È la comunità stessa che, per tradizione, problemi di lingua e diversità culturale, non aveva (né ha ora) alcuna voglia di farsi integrare.
3) Sono anni che l'amministrazione cerca di convincere i cinesi a delocalizzare un commercio all'ingrosso incompatibile con le caratteristiche della zona Sarpi, ma essi hanno sempre fatto orecchie da mercante, perché per loro è più comodo e redditizio stare dove sono; e ci sono riusciti, un po' corrompendo, un po' barando e un po' facendo melina.
4) Il fatto che le telecamere fossero misteriosamente spente avvalora l'ipotesi che la comunità abbia creato l'incidente al fine di ottenere, con l'avallo dell'ambasciatore che minaccia velate ritorsioni e il sostegno delle migliaia di cinesi che dovrebbero convergere domani su Palazzo Marino, una attenuazione della politica delle multe, un ampliamento degli orari di carico e scarico e la cancellazione dell'isola pedonale.
5) È bene evitare di trasformare lo scontro per una multa in un incidente internazionale, sia perché, con le abitudini del nostro governo, rischieremmo di uscirne con le ossa rotte, sia perché bisogna affermare il principio che chi si stabilisce qui deve obbedire alle leggi italiane e che né Pechino, né Tirana o Bucarest ci devono mettere il naso.