Colonnello arrestato: «Proverò la mia innocenza»

nostro inviato a Campobasso

Non sono poi così tanti i delinquenti che riescono a finire in carcere due volte in due mesi. Così, anziché pensare ad alzare la media in questo strano Paese ci si intestardisce a sbattere in prigione, mandare ai domiciliari, tradurre nuovamente in cella, un servitore dello Stato. Un ufficiale dell'Arma trattato come il peggiore dei criminali. Le accuse a Maurizio Coppola, ormai ex comandante dei carabinieri di Campobasso, sono surreali. Specie l'ultima: «L'aver contraffatto documentazione interna al Corpo, in combutta con altri ufficiali, per dimostrare la sua innocenza sul mancato trasferimento di un carabiniere che doveva spiare un capitano - a detta della procura - che si voleva punire perché indagava con abnegazione a 360 gradi, senza guardare in faccia a nessuno». La kafkiana disavventura detentiva del colonnello Coppola si rifà alla convinzione della procura di Larino che l'interessato facesse parte di un'associazione per delinquere di cui, stando agli accertamenti svolti, non conosce alcun associato.
Nel carcere del paese di Larino, enclave giudiziaria molisana, ieri pomeriggio il colonnello ha incontrato i deputati Giovanardi (Udc), Ascierto (An) e Cossiga (Forza Italia) che l'avevano già pubblicamente difeso. Questo il contenuto del faccia a faccia tra l'ufficiale e i parlamentari.
Per prima cosa, colonnello, come sta?
«Nonostante tutto, bene. Ero e resto sereno. Mi auguro solo che quanto prima qualcuno vada a leggersi bene gli atti perché io con questa presunta associazione per delinquere non c'entro, non conosco nessuno degli appartenenti, non ho falsificato alcuna carta. Anzi, volete sapere una cosa?».
Certo, dica.
«L'accusa sostiene che avrei "inquinato" mentre ero in detenzione cautelare. Ma come facevo?».
Colonnello, non solo lei è finito nei guai per questo presunto inquinamento…
«Già. Anche il maggiore che ha redatto un innocente post-it riportando le comunicazioni ricevute da superiori gerarchici via telefono, poi un altro collega colonnello, finanche il mio avvocato. In pratica tutti quelli che hanno confermato la mia versione su una normalissima disposizione di comando sono finiti sott'inchiesta. Credo sia tutto un grosso abbaglio. Ho le prove di quello che ho sempre sostenuto, sono in grado di fornire tutti i riscontri sull'autorizzazione al trasferimento dell'appuntato. Che mi si dia la possibilità di dimostrarlo».
L'appuntato è quello che, secondo il pm, avrebbe dovuto spiare per lei i movimenti e le indagini del capitano?
«Non scherziamo! Ma quale spionaggio, figurarsi. E per quale motivo avrei dovuto farlo? Quale interesse avrei avuto?».
È vero che lei e il capitano non andavate d'accordo?
«Non è così. L'unica cosa che mi viene in mente riguarda una punizione che ho comminato all'ufficiale perché era andato a sparare con un fucile a pompa in un poligono per pistole. Era mio dovere farlo. Nient'altro».
Pensa che il capitano avrebbe dovuto dirlo ai magistrati mentre indagava su di lei?
«Non chiedetelo a me».
Crede in un accanimento della procura nei suoi confronti?
«Non ci voglio nemmeno pensare. Aspetto con fiducia l'evolversi delle indagini perché, dalla carte, è chia-ris-si-mo l'operato cristallino, corretto, del sottoscritto. Vedrete, tutto si chiarirà, presto tornerò a casa».
Si rimprovera qualcosa colonnello?
«Nulla. I carabinieri e i cittadini possono stare tranquilli: dimostrerò la sua innocenza perché non ho fatto altro che attenermi alle regole di una corretta azione di comando. Onorevoli, grazie della solidarietà e della visita».
Il faccia a faccia finisce. Fuori la porta carraia, i deputati s'imbattono nella vivace protesta dei genitori dei piccoli morti nel crollo della scuola di San Giuliano. Urlano in difesa del pm che ha sostenuto l'accusa nel processo per la strage del terremoto del 2002, che poi è lo stesso pm che ha arrestato Coppola. Cossiga si dice allibito: «La protesta di questa gente è stata cavalcata e fomentata da un magistrato che una volta di più ha dimostrato di voler fare politica. Siamo increduli e addolorati. Letteralmente senza parole».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it