Al Colonnello spetta l’onore delle armi

di Gian Micalessin

Per governare ha ucciso e incarcerato la propria gente. Per farsi sentire ha appoggiato il peggio del terrorismo internazionale. E per vendicarsi dell’Occidente non ha esitato a farne esplodere gli aerei e a far strage di passeggeri. Eppure alla fine al dittatore Muhammar Gheddafi dovremo riconoscere l’onore delle armi. L’onore riservato a chi combatte e non molla. Anche quando le forze nemiche sono soverchianti, le speranze al lumicino, il proprio regno un cumulo di rovine. Quando, sei mesi fa, scese armato di ombrellino dall’automobilina elettrica usata per scorazzare nel bunker di Bab el Azizia promettendo di combattere tutto e tutti nessuno lo prese sul serio. Sembrava la solita boria del solito smargiasso. L’ennesima sparata di un pagliaccio in occhiali scuri e camicione abituato a prender in giro il mondo da 41 anni. Invece era tutto vero.
La rivolta non era come strillava Al Jazeera, una rivoluzione generale, ma una ribellione locale. Un fastidio che il suo regime avrebbe potuto soffocare senza troppe preoccupazioni. E lui a differenza, di altri suoi omologhi, non era un gaglioffo pronto a fuggir con la cassa, ma un vero raìs pronto a difendere il proprio potere e il proprio regno. Un raìs sempre pronto, a riservare ai propri nemici il proprio vanaglorioso, velenoso sarcasmo. Come ieri mattina quando, a poche ore dalla caduta del suo bunker, non rinuncia a farsi sentire per annunciare «Morte o vittoria contro l’aggressore». Come più tardi quando promette di «ripulire Tripoli dai traditori» e racconta di aver «passeggiato in incognito, senza che la gente mi vedesse tra i giovani pronti a difendere la loro città». Saranno anche le sparate di un tiranno con l’acqua alla gola, ma quella spavalda tracotanza non deriva dal nulla. E' figlia della spregiudicata maestria con cui per 41 anni ha messo a tacere o eliminato i propri rivali. È figlia dell’autostima acquisita destreggiandosi sulla scena internazionale. Una scena assetata di petrolio dove per decenni nessuno osa, nel nome dell’interesse e degli affari, contrastare l’innata abilità di un Colonnello sempre pronto ad alternare inauditi ricatti, spettacolari violenze ad inattesi compromessi. Un’abilità confermata in questi ultimi sei mesi durante i quali riesce non solo a tener testa alle bombe della Nato e alle avanzate dei ribelli, ma anche a tessere un’improbabile diplomazia parallela fatta di apparenti, segrete concessioni e improvvise ritrattazioni.
Continua a colloquiare con i nostri servizi segreti anche quando l’Italia sembra ormai allineata al resto della Nato. Sorride ai russi che pur non hanno fermato la risoluzione Onu contro di lui. E nell’ultimo mese ammalia con la speranza di un’inattesa resa persino il nemico francese.
Destreggiandosi con quella consueta inveterata arte tra amici e nemici il Colonnello riesce, per sei mesi, ad alleviare il peso delle bombe che piovono sul suo bunker e flagellano le sue armate. Saranno anche scaltre balle e furbe menzogne, ma dall’altra parte ci sono le flotte aeree e navali della Nato sostenute dall’intelligence statunitense. Muovendosi «à la guerre comme à la guerre» il Colonnello non vince, ma di certo contrasta efficacemente lo strapotere avversario. Usa i vecchi amici algerini e africani per garantirsi i rifornimenti di armi e munizioni. Riesce, anche quando l’embargo sembra ormai una rete invalicabile, a muovere i propri capitali da un conto ombra all’altro, tenendo in scacco i segugi finanziari di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. E non pensa neppure per un attimo a fuggire, consegnarsi o arrendersi. Non demorde neppure quando la Nato elimina una dopo l’altro le sue difese, quando i satelliti americani e le forze speciali inglesi e francesi guidano i ribelli fino alle porte del su bunker. Mentre gli entrano in casa lui se la ride e scompare.
E mentre i miliardi dell’emiro del Qatar sovvenzionano quella macchina infernale, lui continua a far funzionare a costo zero il rebus di rapporti tribali con cui per 41 anni ha sgominato tutti i propri nemici garantendosi l’appoggio dei clan più forti. Oggi quella resta ancora la sua arma segreta. Se soldi, vita e spirito reggeranno gli consentirà di continuare a controllare vaste zone del paese e tener in scacco i propri nemici. Se tutto verrà a mancare la storia non potrà dimenticare la sua ultima promessa. L’unica mantenuta. Quella di non mollare.