La pubblicità diventa arte, Ugo Nespolo per Eicma

Fare della pubblicità un'opera d'arte. È questo l'obiettivo di Ugo Nespolo, alle prese con una nuova esperienza: esaltare il mondo del motociclismo

Ugo Nespolo, una vita all'insegna dell'arte. A partire dagli anni '60 fa parte della Galleria Schwarz di Milano, da cui sono passati nomi come Duchamp, Picabia, Schwitters, Arman e Baj. Viaggia dagli Stati Uniti a Parigi e si arricchisce di tutte le forme d'arte possibili. La vita di Nespolo è all'insegna delle sfide e di ripresa della tradizione, letta però alla luce dell'innovazione. Così Nespolo arriva anche dipinge due sendalli per il palio di Asti, e poi il drappellone del palio di Siena. È a lui che viene affidata, nel 2003, la creazione della maglia rosa per il Giro d'Italia.

L'ultima sfida di Nespolo è legata al mondo della pubblicità e dei motori. Possono arte e opere pubblicitarie coesistere? Non rischiano di annacquarsi? Abbiamo deciso di intervistarlo.

Lei è l'artista che ha curato la 73esima edizione dell'esposizione di Eicma. Come è nata la creatività da cui è partito per questo progetto pubblicitario?

Io avevo già fatto l’immagine guida per le celebrazioni dei 100 anni di Eicma che si sono tenute l’anno scorso. A partire da questa esperienza, ho incominciato a intavolare dei discorsi su qual era l’idea di questo salone. Partendo da una sorta di idea sul logo, quella di "Mettiamoci in moto", ho deciso di creare un’immagine forte, piena di colori, capace di dare l’idea che Eicma e tutto il settore motociclistico italiano sono ricchi, forti, vigorosi e hanno voglia di fare e, soprattutto, di dare un’immagine di ottimismo.

Quali sono le novità introdotte a livello concettuale?
La mia è stata una rivoluzione culturale. Eicma ha sempre fatto delle bellissime pubblicità, delle bellissime immagini e linee guida. Erano però tutte basate su una ideologia fotografica. Esisteva sempre questa propensione alla fotografia. Noi invece abbiamo lavorato sull’artisticità, su una grafica che ha a che fare con l’arte. La nostra immagine ha un fondo potentemente colorato in cui sono presenti tutti gli oggetti e tutta la componentistica che ha a che fare con la moto, con il viaggio, con tanti elementi che stanno lì come in un gioco. Abbiamo volto creare un’immagine allegra, vigorosa, giocosa.
Quali sono le innovazioni dal punto di vista culturale del binomio arte-motori?
Marinetti diceva che era più bella un’automobile in corsa della Nike di Samotracia. Era un’idea dinamica, vecchio stile che contrapponeva la velocità e il modernismo spinto alla staticità dell’arte. Ora non siamo più in questo clima, ma il futurismo rimane l’avanguardia storica più completa. Questo perché? Perché il futurismo vuole entrare in tutto il mondo del reale: dalla velocità alla gastronomia, dalla poesia alla pittura. Questa è una grande ispirazione, non per rifare il futurismo, che non avrebbe senso, ma per fare in modo che l’artista che si occupa di comunicazione - pensiamo ai manifesti futuristi - riesca ad abbinare arte e mondo reale. Oggi abbiamo bisogno di questo. Di tornare all’idea che i freddi uffici dei pubblicitari vengano riscaldati dagli artisti. Pensiamo a Absolute Vodka, che da tempo lo fa. Anche perché se l’arte va verso la vita reale, verso il mondo degli oggetti, non può che trovare giovamento.
Com'è stato confrontarsi, per Lei che è un artista, con la pubblicità?
Si dice che l’arte ha solo una strada: mischiare la cultura aulica e quella bassa. Warhol lo aveva già capito: o si va verso questa strada, oppure l'arte interessa solo i collezionisti. O l’arte diventa un binario virtuoso o è destinata a rimanere all’angolo.

Nelle sue opere emerge innanzitutto la forza del colore. Perché?

Con il colore siamo tornati a capire che il medium fondamentale sono gli oggetti sensibili. L’estetica è la è la parte hardware. È l’oggetto in sé, è il colore. Meno ermeneutica e più realismo, come dice il mio amico filosofo Maurizio Ferraris.