Il colore del lutto

Cosa loro. La memoria di eventi e lutti che hanno profondamente segnato la vita dell'Italia spetta solo alla sinistra. Lo si vede ad ogni celebrazione del 25 aprile, lo si è visto ieri durante la manifestazione per il venticinquesimo anniversario della strage nella stazione di Bologna. Giulio Tremonti, vicepresidente del Consiglio, è stato duramente fischiato mentre pronunciava il suo discorso. I messaggi di Pera e Casini hanno provocato i «buu» della piazza. Applausi fervidi invece, come da copione, per quanti potessero vantare - a cominciare dal sindaco Sergio Cofferati - un passato rosso.
Per verità Cofferati ha biasimato a mezza voce una contestazione becera che «oggettivamente danneggia la percezione di un atto così composto e così corale». (In quell'«oggettivamente» c'è una eco della «langue de bois», la lingua di legno praticata dalle Nomenklature dell'Est). Cofferati critico, dunque. Ma la «base» diessina (e dintorni, inclusi i no global) che riempiva la piazza ha dimostrato quanto di facinoroso, di arrogante, di irrimediabilmente intollerante vi sia nella mentalità e nei comportamenti di quella parte. Viene confermato che la pratica delle appropriazioni indebite - sul piano politico e sul piano storico - è nel Dna della sinistra: che procede per esclusioni, anzi per scomuniche.
Perché si pretende di negare al governo il diritto d'essere protagonista nella festa nazionale del 25 aprile, perché si pretende che Tremonti non azzardi la sua presenza a Bologna? Quali complicità o legami vengono insinuati, con una tecnica del sospetto che speravamo finita? La risposta ai perché è semplice. La sinistra, geneticamente totalitaria, non ammette intrusi nelle occasioni in cui ha il controllo della piazza e della folla. Personalmente non sono favorevole ad una accusa generica di comunismo rivolta a chiunque discenda ideologicamente da quel ceppo. Ma proprio «incidenti» come questo di Bologna richiamano remote esperienze, antiche inquietudini: e ammantano d'ombra fonda la prospettiva che un elettorato come quello che s'è visto nella piazza della stazione dia vita un giorno al governo del Paese.
Che pena vedere il ricordo d'una strage terribile avvilito al ruolo di strumento politico. Tutti piangiamo i poveri morti, tutti abbiano voluto la punizione dei colpevoli. Non mi ha persuaso del tutto - ma conta poco - la condanna di Francesca Mambro e di Giusva Fioravanti, comunque terroristi e assassini conclamati cosicché la loro sorte mi ha lasciato indifferente. Rispetto la sentenza passata in giudicato. Ma per quanto riguarda le schizzinosità di sinistra nell'ammettere che Tremonti si associasse al lutto mi limito a un'osservazione. Tremonti e il settore politico cui appartiene non hanno avuto e non hanno nulla a che fare con il terrorismo. Possono a testa altissima esprimere la loro indignazione. Diversa la situazione dei partiti in cui hanno militato parecchi esponenti della sinistra: quei partiti hanno un tempo negato che il terrorismo di sinistra fosse veramente di sinistra, hanno solidarizzato con circoli dai quali le Brigate rosse sono venute, e solo tardivamente si sono convertiti alla lotta contro l'eversione armata. Loro, o i loro maestri, ne sanno molto di più sul terrorismo di quanto ne sappia Tremonti, magari antipatico ma a mano disarmata. Insomma, se posso dar loro un suggerimento: non facciano i primi della classe nell'antiterrorismo. Hanno bollato come fascista la carneficina di Bologna, e la giustizia si è dichiarata d'accordo. Ma non abbiamo dimenticato che le Br furono, per loro, le «sedicenti Brigate rosse». Primi della classe? No davvero.