Il colore (rosso) dei soldi

La lite sui soldi tra il Partito Democratico e la Quercia, l'ultima erede del Partito comunista, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti di un altro caso rivelatore di quella che è stata, e in parte continua ad essere, l'identità politica della sinistra a tradizione comunista. Antonio Gramsci aveva teorizzato che la rivoluzione comunista dovesse passare per la conquista delle casematte della società civile: ed i beni materiali comunisti - cooperative, banche, immobili, commerci interni ed esteri, tangenti - che si sono sviluppati dal dopoguerra ad oggi, hanno dato luogo ad un vero Stato nello Stato, di cui il Pci prima, ed i suoi successori dopo, si sono serviti per indebolire le istituzioni o, meglio, per sovrapporre le proprie strutture a quelle pubbliche.
Non sembri, questo, un discorso teorico. Quando il tesoriere dei Democratici di Sinistra, Ugo Sposetti, vecchio comunista pragmatico ma ideologicamente consapevole di rappresentare il partito pesante, ha esclamato a Veltroni «Da me il Partito Democratico non avrà un euro», sapeva bene di rappresentare qualcosa di importante. Quella tradizione comunista che in cinquant'anni ha accumulato beni materiali come armi politiche in una misura che nessuno è riuscito a conoscere perché è stata così abilmente organizzata da resistere ad ogni indagine, comprese quelle di Mani pulite, in verità non troppo insistenti col Pci.
È allora utile chiedersi da dove venga il vasto patrimonio comunista che non sarà consegnato al Pd ma resterà conservato in una rete di fondazioni intitolate al pantheon comunista, da Togliatti a Berlinguer. In un primo tempo lo costituirono i tesori di cui si impadronì il Pci durante la Resistenza. Ad esso si sommarono poi gli ingenti contributi dell'Unione Sovietica che riempirono le casse di Botteghe Oscure fino all'inizio degli anni Ottanta. Queste storie sono ben note, così come quelle delle generose tangenti sugli affari dell'interscambio economico e commerciale con i Paesi dell'Est europeo e del terzo mondo. È invece meno discusso ma politicamente più istruttivo, in tempi di Casta, considerare il modo in cui le organizzazioni comuniste e postcomuniste hanno drenato soldi dalle casse pubbliche, cioè di tutti noi, sfruttando abilmente lo statalismo della cultura italiana.
Vi siete mai domandati come mai i parlamentari italiani hanno gli stipendi più alti d'Europa? O perché vi sono così tanti ex-parlamentari che percepiscono laute pensioni? O perché gli amministratori locali, da quelli regionali ai consiglieri di quartieri ai membri delle comunità montane, percepiscono lauti stipendi o gettoni? Vi siete dati una ragione per il fatto che il finanziamento pubblico ai partiti, dopo essere stato abolito da un referendum popolare quasi all'unanimità, è rispuntato fuori moltiplicato per dieci? Avete un'idea della miriade di enti pubblici economici e gestionali che dipendono dalle Regioni, dai Comuni e dalle Province, oltre che dal potere centrale?
La risposta a tutte le domande è una sola. Sono stati soprattutto i comunisti, e dopo di loro i post-comunisti, che hanno costruito pazientemente attraverso le assemblee rappresentative nazionali, regionali e locali un meccanismo complesso e funzionante, difficilmente smantellabile, volto a succhiare soldi dallo Stato per canalizzarlo ai rappresentanti dei partiti i quali, nel caso del Pci, hanno sempre riversato disciplinatamente una parte delle risorse nelle casse del partito.
Se è vero che tutto questo mastodontico sistema finanziario partitocratico e statocentrico, ha avuto come motore principiale il Pci, non si deve dimenticare che tanta accumulazione di ricchezza alle spalle degli italiani è stata possibile solo per la complicità e la condiscendenza di tutti gli altri partiti tradizionali, compresi quelli nati nella seconda Repubblica, che non hanno mai voluto mutare in senso più volontario e liberale il rapporto tra cittadini, soldi e partiti.
Dietro il caparbio rifiuto di Sposetti di consegnare il malloppo al Pd, c'è una lunga storia di business comunista che oggi viene difesa dall'assalto dei nuovi arrivati. È anche per questo che la fusione tra Ds e Margherita rischia di fare splash: perché dietro i due partiti non ci sono solo tradizioni politiche ed ideali ben diverse, ma anche perché vi è una cultura materiale, di cui i soldi sono una parte importante, che difficilmente potrà essere smantellata.
Massimo Teodori
m.teodori@mclink.it