Colori e effetti speciali: così lo stile entra nel mondo di Avatar

Si aggirano vere e proprie tribù sulle passerelle di Parigi, un melting pot di donne ed emozioni destinato a uscire dal ghetto dorato della moda per la prossima estate. «Ho immaginato un gruppo in cui ogni donna ha un suo carattere sofisticato o selvaggio, una tribù nuova e diversa che vive in uno spazio in mutazione dove tutto è possibile» dice infatti Raf Simons da Dior. La sfilata si svolge in una specie di paradiso terrestre ricostruito nel giardino del Museo Rodin con un tripudio di fiori veri e finti appesi dappertutto in sala. Sembra di essere su Pandora, il meraviglioso pianeta parallelo alla terra in cui si svolge il film Avatar di James Cameron. Fin dalla prima uscita con una seducente braghetta plissè sotto al più classico blazer nero, si capisce che il bravissimo stilista nato in Belgio 45 anni fa, ha deciso di dare una svolta radicale a Dior: più giovane e irriverente di quanto non sia mai stato. Lui stesso parla di scuotere questo storico marchio francese, «di spingerlo dove il romanticismo lirico può diventare pericoloso e la più bella delle rose sembra essere velenosa». Ecco quindi le straordinarie plissettature trasversali, i giochi di nodi che cambiano radicalmente la linea degli chemisier, gli oblò aperti a volte sul fianco, più spesso sulle spalle e i colori accostati con l'apparente anarchia della natura: rosa sotto, arancio sopra e al collo rosso sang de pigeon. La donna-fiore creata a suo tempo da Monsieur Dior diventa quindi una moderna creatura che indossa sempre gonne a forma di tulipano, calla oppure papavero rovesciato, ma queste romantiche linee adesso vengono evidenziate da una specie di patch in gros grain su cui si leggono scritte tipo «The primrose path». Di una bellezza senza confini gli accessori: bracciali e soprattutto collane a ciuffi di cristalli colorati e borse in pitone o coccodrillo dipinto a mano. Il finale è una seconda sfilata con 30 donne rigorosamente vestite in tailleur nero e capi di broccato con un motivo vagamente Pollock che prendono il posto delle 47 abitanti di un habitat sperimentale. Francamente inutile, questa seconda parte sembra ribadire che dietro a una lussureggiante creatività c'è anche un sano occhio commerciale. Comunque sia il livello resta altissimo, un'altra tribù di donne che vestono Dior.
Da Rick Owens spariscono le modelle magre come fenicotteri a favore di un centinaio di studentesse delle università di Los Angeles e New York che ballano lo stepping, una danza di protesta afro-americana alternativa agli sdolcinati balletti delle cheerleader. Il risultato è sensazionale perché le ragazze hanno una fisicità possente, fanno smorfie feroci e si muovono in fila come un torpedone umano dando una nuova energia a questa moda altamente concettuale. Molto più rasserenante, la collezione creata da Alber Elbaz per Lanvin è piena di colori e tessuti che ricordano la carta dei cioccolatini. «Abbiamo bisogno di oro, di cose luccicanti e di un po' di dolcezza nella vita» dice lo stilista nato a Casablanca e cresciuto in Israele, talmente amato dalle donne di ogni taglia ed età che ormai si può parlare della tribù Lanvin secondo Elbaz. Da Miyake l'idea è vestirsi di luce ovvero con giacche e gonne in ecopelle attraversata da micro fori che oltre a riprodurre il disegno di un'immaginaria costellazione, lasciano passare raggi luminosi. Da questa tribù spaziale a quella del circo immaginata da Margiela nel delicato momento in cui gli artisti finita la performance tornano dietro alle quinte. C'è di tutto, compresi gli autentici costumi di scena vintage rielaborati e trasformati in modelli per così dire normali. Davvero belli gli accessori che cambiano funzione: l'anello diventa bracciale e il bracciale girocollo. Una tribù davvero sperimentale.