Il colosso fa sul serio: nasce la Honda-F1

da Milano

Nel suo annus horribilis, l’annuncio più bello e importante: «Saremo in F1 con un team tutto nostro». La Honda, colosso giapponese che più colosso non si può, quest’anno ha preso sberle e subìto umiliazioni nel motomomodiale e più o meno la stessa cosa ha vissuto nel Circus a quattro ruote; eppure ha trovato ugualmente il coraggio di fare quel fatidico passetto in avanti che ancora le mancava: entrare in F1 come costruttore completo, cioè senza fornire solo i motori, ma realizzando anche il telaio, unendosi così a Ferrari, Renault, Toyota e Bmw. L’annuncio è arrivato ieri, antivigilia del penultimo Gran premio dell’anno, corsa che si tiene a Suzuka, Giappone, circuito di proprietà della Honda. La Casa nipponica mette così fine alla coabitazione che le stava sempre più stretta con la Bar, l’acronimo dietro il quale si nasconde - si fa per dire - la Bat, multinazionale dei tabacchi. Prima fornitore di motori, poi socio, quindi sociò sempre più grasso (45% Honda, 55 Bat), infine unico proprietario. «Entro la fine dell’anno acquisiremo tutto il pacchetto azionario - ha fatto sapere il direttore di Honda Corse, Hiroshi Oshima. Vogliamo correre da soli perché ci sentiamo pronti a lottare per il titolo mondiale. Per questo vogliamo imprimere alla scuderia una decisa svolta e renderla competitiva ai massimi livelli».
La F1 con un bolide tutto suo è il vecchio sogno del fondatore, Soichiro Honda, che nel 1964, due anni dopo aver prodotto la prima auto per il mercato, fece debuttare una monoposto in F1, monoposto che conquistò il Gp del Messico nel ’65. L’altra vittoria come costruttore risale al ’67 con John Surtess nel Gp d’Italia. Per il resto, i fasti Honda sono legati ai successi nelle moto e ai propulsori forniti dal 1983 al 1992 a diversi team. In tutto 69 successi con tre squadre diverse (Williams, Renault e McLaren). Certo, quelli erano gli anni di Senna, Prost e Piquet; il prossimo sarà l’anno di Barrichello e Button. Capirete, che la differenza c’è.