«Colpa di chi vedeva il marcatore a uomo come un appestato»

Da giocatore faceva il libero, ha esordito in A con il Brescia nel ’70 quando in giro c’erano ancora Burgnich, Facchetti e Guarneri, con Rosato la più grande e storica difesa azzurra. Difendevano all’italiana quei distruttori di illusioni, passava di lì il fantasista e gli arrotavano le caviglie. Per loro tutte le partite finivano zero a zero e le vincevano tutte, un altro calcio. Adesso Luigi Cagni i miracoli li fa sulla panchina dell’Empoli e ha messo giù una difesa molto autarchica, tipo Raggi, Adani, Marzoratti e Tosto con Bassi in porta, sesta difesa del campionato.
Allora si può?
«Si può cosa?».
Giocare con gli italiani e riuscire a prenderne pochi...
«Ma non lamentiamoci di un fenomeno che si era previsto da più di quindici anni...».
Ci spieghi
«C’è stato un momento in cui se allenavi un giocatore a marcare eri un orco. Ma si marca anche a zona, qualcuno fa finta di non saperlo. Eppure se prendevi uno e gli spiegavi come doveva fare per difendere, eri un imbecille».
Lei cosa faceva?
«Io pensavo che prima o poi avremmo pagato questo atteggiamento perché non nasceva da una reale esigenza ma rincorreva una moda. Era la cultura della televisione che si stava facendo largo, quella del sensazionalismo, del calcio champagne, quello reclamizzato. Io sentivo di non farne parte ma non ci stavo male, sapevo che prima o poi saremmo finiti così: difese con tanti stranieri e pochi italiani».
Non siamo più buoni?
«Se per anni tratti il difensore come uno che ha una malattia, finisce che nessuno vuole più impararlo questo ruolo. Allora tutti a insegnargli a trattare la palla e a impostare l’azione. Risultato? Né difensore né centrocampista, uno che al posto di saper fare le due fasi non ne sa fare nessuna delle due».
Allora si va all’estero perché sono migliori?
«Si va all’estero perché un buon difensore italiano chi lo scopre se lo tiene stretto e a chi lo cerca chiedono un mucchio di soldi. E fanno bene».