La colpa del disastro? I "no" di Fiom e sinistra

Con la loro ostinazione i sindacati hanno condannato Fincantieri e compromesso quei posti di lavoro che a parole volevano difendere

Fincantieri non può che ristrutturarsi e dimagrire, in fretta, se vuole sopravvivere. Non si sono alternative, tanto più visto che l’Unione europea non tollererebbe un salvataggio di Stato. E se il piano presentato dalla società (che arriva dopo esteso ricorso alla cassa integrazione) ha un difetto è quello di essere troppo morbido rispetto alla gravità della situazione. I conti economici 2010 (come quelli del 2009) lo confermano: perdite per 124 milioni di euro su ricavi per 2,9 miliardi e nuovi ordini per 1,9 miliardi. Ci si sta «mangiando» il portafoglio ordini e nel farlo ci si perde pure.

Ma se si è giunti a questo punto i sindacati ed in particolare i «duri» della Fiom, nonché i partiti dell’opposizione (e un tempo al governo) devono prendersela con se stessi. Sono loro ad aver affondato i piani di privatizzazione e di collocamento in borsa di parte del capitale della società, dopo che la società era tornata interamente statale, con l’uscita di gruppi bancari costretti a suo tempo a intervenire. Il piano industriale 2007-2011 prevedeva investimenti per 850 milioni di euro, dei quali 600 per ristrutturazione, 250 per acquistare cantieri all’estero. Fincantieri voleva quotare in Borsa il 65% del capitale, ma i sindacati imposero di scendere al 49%, riducendo a 400 milioni i soldi che sarebbero stati ottenuti con la privatizzazione. Non se ne è fatto nulla.

Con la loro ostinazione i sindacati hanno condannato Fincantieri e compromesso quei posti di lavoro che a parole volevano difendere. Per i sindacati (non tutti, ma la Fiom è dominante tra i lavoratori del gruppo) Fincantieri deve essere statale, perché in questo modo i posti di lavoro sono garantiti, a prescindere. Posto che non c’è alcuna ragione strategica perché la cantieristica sia sotto il controllo statale (compresa quella militare), l’Unione europea non tollera (giustamente) aiuti a carrozzoni cantieristici. Lo sanno gli spagnoli di Navantia e i francesi di Dcns o i cantieri privati tedeschi finiti sotto il controllo degli Emirati Arabi Uniti. La crisi della cantieristica riguarda quindi l’intera Europa. I sindacalisti di Fincantieri si sono sempre opposti a tutto. Anche ai recuperi di efficienza e aumento produttività, con la rinuncia a privilegi assurdi, richiesti dalla azienda. Follie che oggi vengono al pettine.

La questione che ora il governo si trova ad affrontare non riguarda quindi tanto evitare licenziamenti e chiusure, che è oggettivamente impossibile, quanto scongiurare che il caso Fincantieri diventi un nuovo disastro. Vecchia Alitalia docet.