Per colpa di Ferrante e dei ds la Margherita perde «petali»

Fughe annunciate, polemiche e sgambetti. La Toia accusata di creare «disaffezione». I reduci del Partito popolare mettono all’angolo i riformisti

Gianandrea Zagato

Cresce il malessere nella Margherita. E Bruno Ferrante ne approfitta, con la complicità silenziosa dei Ds. «Accoglie a braccia aperte chi tra noi è indisponibile oltre a subire umiliazioni e candidature talmente deboli da non pigliare voti e, anzi, capaci di disperdere quel patrimonio che alle amministrative 2001 era pari al dieci virgola sei per cento». Percentuale milanese che Onofrio Amoroso Battista ha già visto scendere sotto il cinque alle Provinciali, con poco più di ventisettemila voti, e ancora più sotto alle Regionali dove la Margherita è stata scelta da appena diecimila milanesi.
«Risultati che parlano da soli: gratta gratta sotto la Margherita spunta il vecchio partito popolare, quello che all’uno virgola sette per cento chiuse i battenti». Come dire: denuncia che non c’è spazio dentro la Margherita per chi declina altre posizioni culturali, riformiste liberali e socialiste. E, attenzione, lo testimonia non solo la penalizzazione di Milano, città e provincia, nelle liste elettorali di Camera e Senato ma soprattutto la gestione della segreteria cittadina, «rappresentata da Nando Dalla Chiesa ma formalmente gestita dal basista Arturo Bodini e dall’azionista Paolo Danuvola», e di quella provinciale, «con Patrizia Toia impegnata esclusivamente a piazzare gli amici fidati». Risultato? Partito azzerato in città e con la Provincia che non ottiene neanche un parlamentare tra i primi dieci nelle due liste. E mentre Amoruso Battista rilegge i passi salienti della sua lettera di dimissioni da coordinatore regionale e anticipa il finale di questo film, «con la Margherita schiacciata nella tenaglia del duo Ds-Ferrante», c’è chi in cambio dell’anonimato racconta un altro pezzo di storia, «l’operazione Caputo» ovvero il passaggio dell’allora vicesegretario cittadino di Forza Italia alla Margherita perché, questa era la tesi di Roberto Caputo, «in Forza Italia manca la democrazia».
«L’accordo per l’approdo non era solo il collegio numero 5 della Camera ma anche la poltrona di vicesindaco a Palazzo Marino: sì, Caputo vice di Umberto Veronesi. Strada in discesa, anche con riformisti doc come Carlo Fontana piuttosto che Salvatore Carrubba pronti a seguirne le orme. Ma l’ala giustizialista cattolica ha avuto la meglio: ha fatto fuori Veronesi e quindi è caduta tutta la rete di sostegno. Scelta firmata da Dalla Chiesa e Alberto Mattioli che s’accredita adesso come sponsorizzato da Francesco Rutelli al ruolo di vice di Ferrante sindaco». Strategia di basso profilo che rende «monca» la Margherita di quell’apporto necessario per guardare avanti e oltre le guerre intestine interne, «da una parte Duilio, Fanzago e Mazzucconi e dall’altra Bodini e Toia con l’accoppiata Mantini e Monaco che scelgono di sfilarsi e vestirsi da prodiani». Travestimento, quest’ultimo, che consente loro di correre per Camera e Senato, mentre i vecchi popolari si scatenano anche contro Mattioli «proclamando nero su bianco l’incompatibilità della sua eventuale candidatura alla Camera col ruolo ricoperto nell’amministrazione provinciale».
Evidente che s’allarga quindi la rosa di chi dopo essersi avvicinato alla Margherita vorrebbe ora velocemente lasciarla dietro di sé. «Con altri amici valuterò altra strada per le prossime comunali» fa sapere Amoroso mentre Caputo preferisce evitare ogni dichiarazione sul redde rationem. Che s’avvicina pure per il coordinatore provinciale Toia accusata di «palese e evidente mancanza di regole», di «non salvaguardare la dignità umana e politica di coloro che sono impegnati quotidianamente perché la Margherita possa incrementare il consenso degli elettori» e, pure, di «gestione oligarchica o peggio ancora, personale che crea disaffezione e scollamento». Quadretto niente male che si traduce nella decisione di un folto gruppo di dirigenti di non validare con la presenza i lavori della direzione provinciale del partito. Tattica che sposta la resa dei conti dopo il 9 aprile e quindi a ridosso della campagna amministrative. E nessun analgesico saprà da qui ad allora curare il mal di pancia