La colpa di Sciascia? I suoi noiosi imitatori

E' stato un artista di puro genio, ma la vulgata vorrebbe relegarlo alla chiacchiera intelligente. L'etichetta di "scrittore civile" gli sta stretta, la sua è pura letteratura

Un irregolare nientemeno. Uno scrittore regolare. Questo è Leonardo Sciascia. Con un unico grande danno da addebitargli: quello di aver generato gli sciasciani, portatori noiosi dello sciascismo, ma per il resto, si sa: è un grande. Un grande artista però, non un intellettuale. L’uomo delle zolfare non è uno (se non l’unico) dei luministi, non è la coscienza critica, non il cercatore di verità e tutto il resto che ne casca di definizioni d’insulsaggine in tema di riconoscimenti istituzionali e doverose etichettature. Non c’è certo quella loffia idea del mestiere in lui: scrittore civile, addirittura. Nulla di tutto questo. Piuttosto, pretesto: di scrittura.

La cruda patente di Sciascia - romanziere e saggista - fu quella d’aver trafficato con l’arte, né più né meno di Luigi Pirandello cui ebbe parentela geografica, né più né meno che al modo di Stendhal (suo modello), grande nella regola compiuta ove si contempla il mondo, la storia e la vita.

È l’universalità ultimata, infatti, quella che Sciascia ha forgiato nei suoi personaggi e nell’alfabeto fabbricato nel nitore del linguaggio perfino archetipo. Uno per tutti: lo studio intorno a Giufà, la maschera araba dello sciocco arguto o arguto sciocco che dir si voglia. Nulla di sociologico c’è intorno al personaggio caro alla tradizione orale popolare, nulla - appunto - che lasci presagire affanni semiologici accademici o - peggio - ricerca e laboratorio da destinare alla fuffa polverosa dei critici.

Quello che resta di Sciascia, dunque, è pura letteratura, ovvero, somma e tesoro d’invenzione che non consente teoremi ed ideologismi. La sua stessa biografia poi, attardata su impegno civile, attività parlamentare ed editoriale, non può costringerci alla favola pedagogica dell’intellettuale prestato all’obbligo di raddrizzare le gambe ai cani. E non possiamo essere forzati a ciò perché in quella Sicilia e in quel contesto non poteva far altro che assecondare le conseguenze della vocazione: e quindi non si poteva che sedere ai banchi del Partito comunista in quei giorni (sono le giornate del sacco edilizio di Palermo, le giornate della miseria umana). E non c’era altra tribuna che la società letteraria, infine, nessun altro lasciapassare che la carta di Parigi ma quello che rende Sciascia diverso da un Carlo Cassola o da un Alberto Moravia (giusto per fare due esempi di successo a lui coevi, a lui estranei e tra loro contrastanti) è il livello artistico, quello che un tempo si sarebbe detto «genio». Ed è un argomento di superiorità in tema di stile, dramma e coinvolgimento emozionale. Capita che in letteratura certe cose abbiano un senso, in Italia sembra una stravaganza ma lo stato di grazia non è determinato da altra alchimia che l’arte. Lo scrittore di Racalmuto, per dirla fuor di diplomazia, ancora oggi offre una lettura fresca e croccante. Tutto il cascame a lui contemporaneo, invece, il residuo di chiacchiera intelligente, è scomparso. Sciascia, dunque, al netto di sciascismo, non è un tema da Scrittori e Popolo. Altrimenti - a seguire lo schema abusato delle trappole d’impegno e ideologia - potremmo fare di un altro suo coevo, più che parente di Sciascia per affinità e gusto, ossia Jorge Louis Borges, un tecnico letterato a disposizione dei generalissimi. Così come fare di Elio Vittorini un segretario di sezione (ma magari lo fu, chissà), e così via.

Che sciagura perciò catalogare Leonardo Sciascia né più né meno che un radicale democratico, ma tutto ciò rientra negli ingranaggi dello sciascismo, quello di sinistra che a sua volta fa il paio con quello di destra: le forme caricaturali del garantismo, per arrivare a fare di Sciascia il beniamino degli avvocaticchi, quasi che il frutto ultimo di A ciascuno il suo sia crisma di redenzione per i colpevoli bisognosi di un’etica luccicante di Lumi e scampare così la galera. La coscienza della lotta alla Mafia derivata dalla lettura di Sciascia, fuor di professionismo (manco a dirlo), ebbe come fondamento la fantasia. È una bestemmia eccessiva il riconoscerlo? E neppure fu trasfigurazione di cronaca nera la sua opera, ma vero e proprio scavo psicologico, arbitrio narrativo e messa in scena di un racconto fatto sulla carne e il sangue di un popolo che ebbe (ed ha) il destino di subire la sciagura della Mafia. Gli orologi a cucù si possono fare solo nella tranquilla Svizzera, nella terra del ragionamento assolato, invece, capita che qualche controversia possa concludersi col sasso in bocca. Che poi Cosa Nostra, a causa di Sciascia e della sua poetica, abbia avuto guai più di quanto la Camorra, oggi, non ne abbia ricavato con la cronaca dal vero di Roberto Saviano, è un altro discorso (o, forse, altri tempi). La riproducibilità dell’opera d’arte, all’epoca di Todo Modo, non aveva prodotto l’interscambiabilità di segno e significante, di significato e denuncia, di pop art e reiterazione del pop. Lo sciascismo, in questo caso, è tutto dei postumi. Saviano che invece ha scritto un vero capolavoro trasfigurando se stesso dentro un mondo di fango e fogna ha trovato un contesto ostile, quello che gli ha messo addosso l’abito di una vita blindata. Che poi Sciascia, artista, non sia stato scortato neppure un giorno nella temibile Sicilia ancestrale dei «lupi cupi» è un altro discorso. E altri tempi: non era ancora la mafia che ammazzava Pippo Fava, quella, la mafia di città. Era ancora la mafia che credeva di essere fatta di uomini in eterna guerra contro gli uominicchi, i mezzi uomini e i quaquaraquà. Quella inguaiata dalla letteratura di Sciascia, insomma, era la mafia agreste. Rispettavano il paesano.