Le colpe dei cani e quelle degli uomini

Dal Nord Est alla Sicilia i cani appartenenti alle cosiddette razze pericolose animano cronache drammatiche e sanguinose. Protagonisti feroci e insensati, com’è nell’ordine delle cose, amici dell’uomo, forse, ma con qualche riserva e qualche ancestrale tentennamento. A Udine un bimbo di tre anni è stato azzannato alla gola da un rottweiler ed è grave in ospedale, a Padova una bambina è stata azzannata al viso da un altro cane della stessa razza, mentre a Trapani un pitbull ha sbranato un cagnetto, piccolo e di buona compagnia. Non si sa che cosa abbia scatenato gli attacchi, non si riesce mai a capirlo, in verità, forse perché c’è poco da capire. Nel caso di Padova qualche esperto avanza l’ipotesi che il rottweiler abbia azzannato per gelosia, perché la bimbetta giocava con un altro cagnetto, di piccola taglia. Non bisogna fare ingelosire i rottweiler. Già.
La verità è che più dei cani pericolosi – quelli già citati e gli altri elencati nell’ordinanza dell’allora ministro Storace, dai molossi a certi spietati cane da pastore dell’Asia centrale, fino al «perro da presa» maiorchino – sono da temere gli animalisti estremi e giustificazionisti, cavillosi e saccenti, per i quali la bestia ha sempre ragione. Sono loro a spiegarci che i cani, quei cani, sono buoni e spesso i bambini li infastidiscono, perché vogliono giocare, protendono le manine, «invadono il territorio» del regnante bavoso che l’ha marcato coi metodi che sappiamo. E sembra, alla fine, che a sbagliare siano stati sempre i bambini, colpevoli di non conoscere le regole della convivenza canina. Responsabili anche i genitori, va da sé, che hanno trascurato di addestrare gli infanti al contatto con quelle brave bestie, che hanno la loro etichetta. E d’altra parte, dopo ogni fattaccio, dopo ogni strazio che è per le vittime anche una profonda ferita psicologica – si torna alla preistoria e si attivano paure sopite da millenni sotto il sedativo della civilizzazione – c’è chi si affretta a spiegare che il cane attaccante «era sempre stato buonissimo», un giocherellone. Sarà, ma i protagonisti animali di queste storie atroci sono sempre gli stessi, appartenenti a un ristretto numero di razze canine. Il numero e la ripetitività degli attacchi fa sospettare che questi cani, anche per il modo in cui sono stati incrociati e selezionati, hanno due zampe nel mondo delle fiere e due nell’universo noto degli animali domestici; in taluni momenti, probabilmente, la vista di un bambino, un indifeso cucciolo d’uomo, scatena imprevisti istinti di predazione e di combattimento. Chi può dirlo?
La verità è che, senza arrivare agli estremi dell’eliminazione o della sterilizzazione di questi animali, bisogna – se proprio si decide di tenerli in giardino – curarli e controllarli di più. Non si può pretendere che siano le vittime, i bambini soprattutto, a fare un corso speciale di addestramento, ma si deve almeno pretendere che i padroni dei cani dimostrino di essere in grado di occuparsene, con competenza e con senso di responsabilità. Diano la prova di preoccuparsi del benessere delle loro bestie, ma anche della sicurezza degli altri. Occorrono controlli che superino l’obbligo della museruola e del guinzaglio, obbligo peraltro molto spesso eluso, perché tanto «il cane è buonissimo». Questa della «bontà», poi, è una bella storia: molti tengono certi cani nel giardino intorno alla villetta proprio perché sanno che buonissimi non sono.
Un rottweiler o un pitbull o un cane della Serra da Estreilla hanno il diritto naturale di essere quel che sono, ma noi abbiamo il diritto di temerli e di pretendere che siano controllati sempre e comunque. Nessun Paese civile può tollerare certi ricorrenti incidenti. Quei cani non sono né buoni né cattivi, sono cani di dubbia e intermittente domesticazione e come tali vanno trattati. Le bubbole di certi animalisti non convincono, è la frequenza degli attacchi a sostenere le paure legittime della maggior parte dei cittadini. Rispettiamo gli animali, certo, ma cerchiamo di rispettare anche le persone, soprattutto le più indifese.
Il primo obbligo di chi intende davvero rispettare gli animali è di riconoscerli per quel che sono, senza trasferire su di loro categorie morali – bontà o cattiveria – che hanno senso solo fra gli uomini e per gli uomini.