Le colpe delle imprese che rinunciano a investire

La stagione delle assemblee societarie di maggio-giugno 2011 è coincisa con schermaglie dialettiche tra imprenditori e governo. Dopo aver sollecitato maggiore attenzione alla competitività, la presidente di Confindustria ha manifestato un senso di solitudine degli imprenditori per la troppo bassa crescita economica del Paese. Il ministro dell'Economia ha risposto con la presentazione del decreto sviluppo e così il presidente Berlusconi ha potuto chiedere a sua volta agli imprenditori uno sforzo maggiore.
Da una mia elaborazione dei dati cumulativi di Mediobanca, reperibile con il titolo «Rinuncia alla crescita del sistema produttivo italiano» sul sito www.rivistaepi.it di Economia e politica industriale, emerge che tra il 2000 e il 2009 gli investimenti delle imprese industriali sono stati meno del solo autofinanziamento. Anzi, sono stati proprio pochi, visto che l'autofinanziamento a sua volta è falcidiato per due ragioni: 1) le imprese hanno accantonato meno ammortamenti del necessario; 2) al netto di imposte salatissime (44% dell'imponibile), gli utili - oltretutto gonfiati dalla scarsità degli ammortamenti - sono stati interamente distribuiti sotto forma di dividendi ai soci, e ciò tanto negli anni buoni quanto in quelli di magra, a un ritmo stabilizzato; quindi non sono stati lasciati nelle imprese per potenziarne il capitale di rischio.
Il primo fatto (l'insufficienza degli ammortamenti) comporta che per ricostituire il capitale inizialmente investito servono più anni, e speriamo bene che ci sia tempo per farlo, sennò emergono gravi perdite patrimoniali. Il secondo fatto è ancor più delicato: oggi gli amministratori di società per compiacere i soci che li hanno nominati propongono tout court la distribuzione di dividendi. Sarebbe invece molto meglio, o addirittura doveroso, che presentassero una motivata proposta sulla destinazione del reddito (o sulla copertura delle perdite), magari con l'avallo del collegio sindacale. Così, entrerebbero nel merito delle prospettive aziendali e finanziarie, della probabile evoluzione dei mercati di sbocco, dei costi e dei prezzi.
Questo processo di contrazione è confermato dalla diminuzione percentuale del valore aggiunto sul valore della produzione: dal 22% del 2000 al 18% del 2009.
Negli ultimi dieci anni, insomma, nel sistema produttivo italiano ci sono stati un calo del grado di industrialità e un processo di disaffezione degli imprenditori. Il dubbio è: il declino è conseguenza della disaffezione o la disaffezione è effetto dell'eccessivo peso tributario e della bassa competitività del sistema economico nazionale che penalizza chi rischia soldi? Schematizzando, potremmo dire che la Marcegaglia pensa alla seconda interpretazione e che il presidente Berlusconi chiedendo un maggiore sforzo pensa alla prima.
Nessuno dice che la competitività dell'Italia, bassissima, forse ha iniziato a recuperare posizioni.
*ordinario di Economia applicata

Università la Sapienza di Roma