Colpe e meriti del giornalismo «democratico»

Che alla redazione di Repubblica abbiano la faccia di bronzo è cosa nota. Che siano carenti di memoria lo impariamo dall’articolo di Giuseppe D’Avanzo riguardante la condanna di Vittorio Feltri. Con sprezzo del ridicolo D’Avanzo mescola le tette di Veronica Lario con la tonaca di Boffo e la tomba di Agnelli e, non contento, si esibisce in un acrobatico esercizio di rimozione della verità che fa a cazzotti col suo finto moralismo. Quando dice che Feltri ha assassinato mediaticamente l’ex direttore di Avvenire, dimentica che Eugenio Scalfari, fondatore ed ex direttore del quotidiano per cui scrive, è stato uno dei mandanti morali di un assassinio non solo mediatico, ma fisico: quello del commissario Calabresi, ucciso dopo esser stato fatto oggetto di pesantissimi attacchi e dalla sottoscrizione di un manifesto che lo definiva «commissario torturatore» e «responsabile della fine di Pinelli». Ma le prove di scarsa presenza di fosforo nel cervello di D’Avanzo non finiscono qui. Quando accusa Feltri di aver pubblicato un «falso indiscutibile di un giornalismo degradato a tecnica di intimidazione», dimentica di dire due cose: che la condanna di Boffo per molestie esiste e nessuno la può negare; e che una volta accertata la falsità dell’«attenzionamento» di Boffo come omosessuale, Feltri si è pubblicamente scusato in un editoriale in prima pagina. Cosa mai vista fare da nessuno per tutte le false accuse rivolte al premier su Repubblica. Non contento di apparire ormai più comico di Gene Gnocchi, D’Avanzo continua accusando Feltri di aver intimato a Fini di mettersi in riga, minacciandogli uno scandalo a luci rosse; dimenticando anche qui l’ossessiva campagna di Repubblica sulle presunte notti erotiche di Berlusconi, cominciata l’anno scorso e non ancora terminata. Ma la ciliegina sulla torta arriva alla fine, quando lo smemorato si rammarica per la mancata esclusione di Feltri dall’ambiente giornalistico, con conseguente perdita dello stipendio. Evidentemente al povero D’Avanzo servono quintali di pesce per recuperare la memoria e ricordarsi di quando pochi mesi fa sbraitava sul suo giornale a proposito della libertà di stampa che a suo dire in Italia sarebbe seriamente minacciata. Ma dopo la ciliegina, ecco l’ammazza caffè: l’ormai sempre più svagato giornalista butta nel calderone anche i «dossier in preparazione contro la Marcegaglia», dimenticando che la questione si è già risolta da un pezzo con un nulla di fatto, avendo anzi dimostrato il Giornale come i numerosi articoli contro la presidente di Confindustria e il suo gruppo provenissero proprio da Repubblica e affini. Insomma, una volta di più D’Avanzo riesce a mistificare la realtà a suo uso e consumo, raccontandone piccole parti e dimenticando di riferire le più sostanziose.
Rimini

Bé, nel sapere di avere un lettore di tal fatta, così attento e assorbito dalla sua prosa, il rinomato Giuseppe D’Avanzo sarà lusingato. E apprezzerà molto che lei, caro Bonatelli, abbia saputo cogliere con occhio sicuro quelle chiavi dialettiche che fanno dei repubblicones i campioni del giornalismo democratico, libero e indipendente. Sì, perché vede, quelle che lei con ingenuità giudica colpe - manipolazione delle notizie, rimozione della verità, vuoti di memoria, mistificazioni, fischi per fiaschi eccetera - sono invece le virtù del giornalista e del giornalismo democratico (e libero e indipendente, va da sé). A riferire le cose come stanno è capace chiunque, anche i pennivendoli servi del Berlusca, per dire. È nel procedere al loro lifting per darle i connotati della verità «sinceramente democratica» - sorella germana della menzogna - che bisogna essere veramente dotati (e portati, se è per questo).
Paolo Granzotto