Le colpevoli lacrime del premier Siniora

Leggo su La Repubblica una corrispondenza da Beirut nella quale una giovane intellettuale libanese, Lina Khoury, dà conto della tragedia che sta vivendo il suo Paese. La Khoury assiste, con uno stupore doloroso, alle rovine che crescono attorno a lei, chiede notizie di amici e parenti che hanno tentato la via della fuga, chi in Europa, chi in altre zone del Paese ritenute più sicure. Nella corrispondenza che sto leggendo, Lina Khoury si commuove dinanzi alla televisione allo spettacolo del primo ministro Siniora che piange, dinanzi ai capi arabi accorsi a Beirut, per le sciagure che hanno travolto il suo Paese.
In verità, mentre capisco il dolore della giovane Khoury, non posso non interrogarmi sul pianto di Siniora, esponente di un ceto politico che nel dramma del suo Paese ha avuto ed ha responsabilità pesanti.
Siniora si installò alla testa del governo di Beirut a conclusione della «rivoluzione dei cedri» seguita all'assassinio del suo predecessore, Hariri, fatto uccidere dai siriani. Ma di quella rivoluzione, egli rappresentò il rovesciamento. I siriani furono costretti, sotto il peso della indignazione che percorse il Libano e il mondo per l'assassinio di Hariri, a ritirare le truppe d'occupazione. E l'evento venne salutato come una vittoria della democrazia, e della «rivoluzione dei cedri».
Purtroppo per il Libano, il sollievo fu di breve durata. Perché al posto dei siriani il controllo militare del Paese finì nelle mani degli Hezbollah, il movimento dei fanatici religiosi che, oltre a fruire dell'appoggio di Damasco, si giovarono di quello, più potente e feroce, degli ayatollah di Teheran, dai quali i «guerrieri di Dio» ottengono legittimazione politica, finanziamenti, istruzione militare, soprattutto quei missili che cadono sulle città e i villaggi della Galilea. Ed è contro questo pericolo mortale, che mette a rischio l'esistenza di Israele, che le truppe di Gerusalemme sono intervenute nel Libano.
Abbiamo seguito, nella conferenza di pace di qualche settimana fa a Roma, la perorazione delle ragioni del Libano fatta da Siniora. Il quale si limitò per l'occasione a nominare gli Hezbollah una sola volta, e lo fece per definirli i difensori dell'integrità del Libano. Siniora, cioè, aveva trasformato la milizia armata che aveva occupato il Libano per conto dei suoi potenti vicini in difensori di questo disgraziato Paese.
Questo può essere lo stato di fatto che Siniora si è trovato a rappresentare, ma è anche il segno della responsabilità tremenda che si è assunta. Dopo la partenza dei siriani, i libanesi furono chiamati alle urne, fra gli eletti ci furono una dozzina di esponenti Hezbollah e Siniora ne chiamò un paio a far parte del governo.
Ed è proprio a questo punto che è precipitata la tragedia del suo Paese. Il Libano si presenta oggi dinanzi al mondo nelle vesti, polimorfe, di uno stato democratico che si affida però a un esercito di fanatici religiosi, emanazioni dei potenti vicini e padroni di Damasco e di Teheran. La figura di Siniora è, in un certo senso, una figura tragica, che è riuscita però a coinvolgere nella tragedia la sorte del suo popolo. Altri Siniora certamente esistono nelle capitali arabe dette moderate alle quali gli Ahmadinejad e i Nasrallah hanno riserbato la sorte del Libano. E ne esisteranno, certo, di più vicini a noi dai quali guardarci.
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