«Colpiremo l’Italia con 99 kamikaze»

Il nome già dice tutto: «Qital», ovvero «lotta armata per Allah», la spada che taglia le teste. Parla da lì, da questo blog registrato ancora in Italia, Qader Fadlalla Mamour alias Abu Sayaff, ovvero l’ex imam di Carmagnola espulso nel 2003 in quanto «pericoloso per la sicurezza pubblica». Ora vive a Dakar in Senegal, con la moglie italiana convertita, e 4 figli. E attraverso il web diffonde in italiano i discorsi di Bin Laden - il cui nome è sempre seguito da «Allah lo protegga» - e i fondamenti dell’islamismo militante, accusando i giornalisti italiani di «snaturare» il messaggio dei fondamentalisti. Risponde al telefono ma dopo 30 secondi la comunicazione si interrompe. «Sono intercettato, il governo (del Senegal, ndr) mi controlla», spiega. In Senegal ha fondato un Partito islamico che è fuorilegge. La telefonata prosegue quindi su un numero nuovo.
Lei diffonde in italiano il pensiero di un terrorista. Per chi?
«Per i nostri fratelli che vivono in Italia. Osama Bin Laden è la nostra salvezza perché vuole difendere la nostra Ummah (la comunità islamica, ndr), magari ne avessimo di più come lui».
Lei dice di essere in contatto con l’organizzazione di Bin Laden.
«Sì, quando gli infedeli italiani ci hanno mandati qui eravamo in difficoltà, mia moglie ha deciso di rivolgersi a loro. Dopo 6 mesi è tornata la risposta, tre righe scritte a mano: “Abbia la pazienza, Allah non la abbandonerà”, firmata da Bin Laden. Per noi fu una grande cosa».
Come comunicate?
«A mano, attraverso persone di fiducia. Poi 20 giorni fa ci è arrivata un’altra lettera, con 135 pagine dedicate all’Italia, dove si spiega in dettaglio le ragioni per cui l’Italia dovrà essere punita».
È quel documento segreto di cui lei parla nel suo sito?
«Sì, ci sono le condizioni per cui il vostro Paese può evitare di essere colpito. Se voi applicate quei cinque punti, la pace arriverà».
Altrimenti?
«Non sarà come in Spagna, ci sarà un’azione spettacolare per punire le istituzioni non i cittadini. L’Italia è tenuta in maggiore conto perché è la capitale del cristianesimo. Il Profeta dice: “Non disturbare i monaci e i preti”, i cristiani. Ma le istituzioni subiranno terribili attacchi».
Lei predisse attacchi all’Italia anche nel 2002, ma non ci furono.
«In quel momento ci fu una rottura tra il comando di Al Qaida e le cellule sparse nel mondo. Questa rottura ha mandato in frantumi tutti i progetti, tra cui quello italiano. Ma questa rottura ora si è saldata, l’organizzazione è di nuovo compatta e ha una potenza impressionante».
Chi le scrive dall’Italia?
«Fratelli musulmani, molti ragazzi che vogliono partire per fare jihad».
E lei cosa risponde?
«Dico di aspettare il loro momento. Non do indicazioni. Ma in Italia ci sono persone adatte per questo».
Reclutatori di Al Qaida?
«Certamente, quando c’è la certezza che quelle persone non sono spie allora si procede».
Ce ne sono molti in Italia?
«Sì, dappertutto. Non più nelle moschee, troppo rischioso. Bar, piazze, oppure discoteche, dove trovano giovani musulmani che magari spacciano droga. Ho letto il documento di un fratello che ha arruolato maghrebini nelle discoteche del Nord. Adesso è in Irak, e due delle persone che ha preso in Italia hanno fatto operazioni di martirio lì».
Una volta arruolati dove li mandano?
«All’estero. Nel documento che ho ricevuto si dice che ci sono 99 kamikaze reclutati da voi e addestrati apposta per l’italia, che conoscono bene la lingua italiana».
Lei era un reclutatore quando era in Italia?
«No, io mi occupavo di finanza. Trovavo soldi da investire nel mercato finanziario, grazie allo zakhat, le donazioni dei musulmani ricchi, per poi costruire moschee, case per i fratelli, per assistere le famiglie dei kamikaze».
Anche armi?
«Questo non lo dico. Diciamo per tutte le cose che l’Islam ci permette».
Lei ha detto che c’è una rete di 2mila mujaheddin in Italia addestrati alla guerriglia urbana. Oggi?
«Oggi ce n’è il triplo almeno. C’è un esercito islamico pronto a intervenire in qualunque momento e in ogni luogo. Non potete identificarli, non potrete fermarli».