«Colpiti i deboli, non i veri monopolisti»

Fabrizio de Feo

da Roma

Dopo un iniziale sbandamento segnato da alcune sporadiche manifestazioni di apprezzamento sul decreto Bersani, la Casa delle libertà converge su una linea comune. Il verdetto sulle liberalizzazioni in salsa prodiana diventa pressoché unanime: il principio è giusto, dicono gli esponenti del centrodestra. Ma il metodo è sbagliato e confina da vicino con l’arroganza. Così come troppo facile è l’obiettivo scelto per questa esercitazione di liberismo asimmetrico.
Il tempo dei silenzi e delle mezze parole, insomma, è esaurito. Come dimostra il giudizio secco espresso da Gianfranco Fini. «Le liberalizzazioni e le privatizzazioni devono essere fatte. Ma non partendo dall’anello più debole della catena», bensì andando a intervenire «sui grandi monopoli, come l’energia, le poste, le municipalizzate» commenta il presidente di An. «È significativo che Prodi abbia iniziato le liberalizzazioni dall’anello più debole della catena. Significa non avere coraggio politico perché il vero obiettivo devono essere le liberalizzazioni dei grandi monopoli». Un giudizio secco che incontra subito il plauso dello «storaciano» Carmelo Briguglio. «La dichiarazione di Fini che non fa sconti al decreto Bersani è quanto mai opportuna in quanto chiarisce che An non ha nessuna intenzione di adagiarsi nel ruolo di opposizione carina e subalterna che Storace ha individuato come tentazione strategica coltivata da alcuni ambienti del centrodestra».
Dopo le aperture pronunciate da Pier Ferdinando Casini anche nell’Udc si mette in discussione il merito del decreto. Carlo Giovanardi, ad esempio, fa notare che «sarà interessante approfondire quanto c’è di propagandistico, di vero e di sbagliato in un provvedimento che sino ad ora di eclatante ha avuto soltanto l’effetto annuncio». Ed Erminia Mazzoni, vicesegretario Udc, fa notare come nel provvedimento ci sia molto fumo ma poca sostanza. «Finito l’effetto sorpresa e propaganda si passa al merito e ci si accorge che Bersani è ripartito da dove noi avevamo lasciato senza toccare il cuore delle liberalizzazioni. C’è tutto un mondo da liberalizzare, a partire dal settore pubblico. Le vere liberalizzazioni devono ancora arrivare - osserva - perché quelle vere dovranno riguardare settori come trasporti, telefonia, servizi postali, energia, università. Il resto, salvo qualche eccezione, è deregulation».
Dentro Forza Italia all’apertura dell’ex ministro Antonio Martino - che sottolinea come «quella del centrosinistra assomigli tanto un’operazione di cosmesi» ma adombra la possibilità di votare il provvedimento - fa da contraltare la secca bocciatura di Renato Brunetta. L’economista azzurro ricorda come il governo Berlusconi «abbia realizzato riforme strutturali e di sostanza. Loro, invece, propongono tanti piccoli aggiustamenti, spesso demagogici». E definisce «sovietico» l’atteggiamento imperativo e per niente concertativo usato dall’Unione. Di «metodo disastroso» parla Roberto Formigoni. «Mi sorprende che non ci sia stata concertazione su un capitolo così delicato dopo che il presidente del Consiglio e i ministri ci hanno riempito la testa su questo metodo e poi hanno fatto questo per decreto legge» commenta il governatore lombardo. La più fiera avversaria del decreto è, però, Alessandra Mussolini, sul piede di guerra e pronta ad alzare barricate contro le liberalizzazioni firmate da Bersani. «Azione sociale è e resta dalla parte delle corporazioni aggredite dal governo Prodi e oggi, quindi, è a fianco dei tassisti. Ho ascoltato direttamente dalla voce dei tassisti romani all’aeroporto la loro rabbia per un provvedimento che li mortifica come lavoratori e come italiani. Alzeremo barricate e lotteremo uniti ai lavoratori: questo è il nostro messaggio a Prodi e Bersani».