Colpito l’autobus rosso simbolo dell’Inghilterra

nostro inviato a Londra
La carcassa del 30 è forse l’immagine più terribile di questo giorno maledetto. La pioggia fredda al mattino, poi il vento e quindi il sole, le quattro stagioni dell’isola hanno accompagnato queste ore piene di cose e di caos. Dalla festa notturna per l’assegnazione dei giochi olimpici al terrore di una mattina che ha il sapore aspro delle bombe e della morte vigliacca, dalla sbronza in Trafalgar Square al suono delle ambulanze, dal sorriso di Beckham al volto grigio di Blair, in ventiquattro ore Londra si è regalata tutto e niente e siamo qui sbalorditi a capire, a vedere, a raccontare quello che gli inglesi avevano definito con uno slogan: non If ma When, non diciamo «Se» accadrà ma «Quando» accadrà. È accaduto e «forse non è finita», come dice la polizia. Ma c’è la strana, paradossale sensazione che gli assassini abbiano sbagliato il colpo, quaranta morti, pochi per le loro teste malate, quaranta uomini liberi in meno non sono nulla rispetto al disegno omicida.
Il double decker, l’autobus rosso, a due piani è uno dei simboli dell’Inghilterra: il numero 30 è stato sventrato, il tetto tagliato di netto, le lamiere annerite dall’esplosione, un giocattolo distrutto, si è salvato, sul fianco, il logo della Coca-Cola. Il numero 30 sta come abbandonato, silenzioso, agghiacciante, lungo Tavistock Square, la linea collega Marble Arch al nord est di Londra, passa dalle parti del British Museum, attraversa Baker Street, viaggia verso Hacneywick. Dentro quell’arnese affumicato ci sono i resti dei passeggeri, un numero ancora imprecisato, forse tra i brandelli anche quelli del terrorista che puntava a un’altra stazione della metropolitana, con il suo pacco esplosivo, uno zainetto, una borsa. La linea della morte passa, sulla mappa della città, da destra a sinistra, da Aldgate a Liverpool street, da Moorgate a King’s Cross, da Tavistock Place a Edgware road, le stazioni dell’underground hanno i cancelli chiusi, le entrate sono piantonate, tutte, da quattro poliziotti con i fratini verdi, sono il monumento all’ordine, spiegano le soluzioni alternative, ascoltano, rispondono con calma: «Non pensavamo che la gente reagisse con tanta fermezza, con tanta serenità». Lungo il Tamigi è stato approntato un servizio di free boat, le acque del fiume sono più sicure del sottosuolo londinese affumicato dal carbone degli anni della guerra e dalle bombe degli anni della pace.
Londra ha già superato la paura. È abituata ad avere i fantasmi in casa, la lotta armata dell’Ira ha creato gli anticorpi, le ripetute simulazioni di questi ultimi anni contro gli attacchi terroristici, le squadre di soccorso, i servizi di emergenza hanno preparato il popolo inglese a reagire con calma, con disciplina. Come se le nuvole nere del cielo non portassero soltanto pioggia. E in questo sette di luglio duemila e cinque la gente di Londra, inglesi e il resto dell’alveare che abita questa metropoli, ha saputo e voluto dare una risposta esemplare: una sorta di solidarietà immediata, un senso della vita spontaneo, una umanità vera, il desiderio di continuare a esistere, a lavorare, a camminare, a bere una birra al pub, a correre per Hyde Park, a mettersi in coda davanti ai teatri.
Ai confini della realtà, quasi un reality movie dentro un altro film del terrore. Questa è l’Inghilterra, sangue, sudore, lacrime e, oggi, esistenza e resistenza all’attacco vile. La polizia aveva invitato, attraverso le radio, con i megafoni delle auto di servizio, a conservare la calma, a restare in casa o negli uffici, ad evitare i luoghi affollati, i grandi magazzini; molti avevano anche abbandonato, in preda al panico, le vetture in mezzo alle strade, temendo un altro 11 settembre, un altro 11 marzo, New York, Madrid, memorie atroci, fotogrammi tragici.
Ma Londra ieri pomeriggio era di nuovo una cartolina di vita, la scossa del mattino, le immagini del sangue sul volto di una donna, di una barella spinta velocemente lungo Liverpool street, degli infermieri che trasportavano le fleboclisi tra le auto ferme, intasate nel traffico, sono già repertorio, sembrano appartenere a un passato remoto e non prossimo, a storia di un altro secolo e non alla cronaca di ieri.
Heathrow, l'aeroporto principale, ha saputo sistemarsi dopo il panico. Messaggi in multilingue per i passeggeri in arrivo hanno comunicato lo stato delle cose, i servizi di trasporto per raggiungere la città, gratuiti per affrontare l’emergenza, per agevolare il deflusso dallo scalo, per allontanare il panico; qualcuno ha tentato l’autostop, qualcun altro ha rinunciato, bivaccando come in una giornata di sciopero nostrano, i telefoni cellulari hanno faticato a trovare linee libere ma fuori Heathrow era già un’altra storia, verso Londra la M4, l’autostrada che porta in Galles, era stranamente libera; in direzione dell’aeroporto, invece, una lunga fila, ordinata, nessun clacson, nessuna scena di isteria, forse il desiderio di fuggire dal luogo della paura, dal giorno della morte, ma in silenzio.
Si fa la conta dei feriti, oltre settecento, molti in prognosi riservata, ustioni, fratture, si elencano i morti, trentasette ufficialmente, poi la notte darà altri tam tam, con le voci che mormorano altre cifre, più pesanti, tremende.
Il buio non aiuta. C’è voglia che torni la luce, l’otto di luglio dopo il sette, per dimenticare, per scappare. Forse.
Tony Damascelli