Un colpo alle coop: meno privilegi fiscali

Ridotte le esenzioni sul reddito di impresa, le cooperative verranno trattate sempre più come aziende

Roma È l’eterna partita tra i governi di centrodestra e il mondo cooperativo, bianco e rosso. Fino a ieri è sempre finita con mezze rinunce o con un pareggio, cioè con compromessi che facevano salve alcune prerogative dell’economia mutualistica in cambio della eliminazione di alcuni dei vantaggi fiscali. Ieri il vento è cambiato e le coop sembrano essere destinate ad assomigliare sempre di più alle altre aziende. L’eliminazione dalla super Irpef a carico dei redditi sopra 90mila euro sarà compensata con misure anti elusione, ma anche «con la riduzione delle misure di vantaggio fiscale alle società cooperative», recitava il comunicato del vertice di Arcore.
In sostanza verranno ridotte le esenzioni dalla imposta sul reddito di impresa, che è il principale beneficio fiscale di cui godono e valgono circa 750 milioni di euro.

Il mondo delle coop è diviso, dal punto di vista fiscale, in due. Da una parte quelle che hanno mutualità prevalente, cioè quelle che realizzano più del 50% del fatturato con i soci. Ad esempio una cantina sociale e un frantoio che offrono servizi soprattutto ai soci, oppure coop di consumo che hanno clienti per la metà tesserati. Sono le coop classiche, che nascono per iniziativa di persone per rispondere a necessità precise. Poi ci sono quelle a mutualità non prevalente, cioè che si rivolgono soprattutto all’esterno, vendendo beni e servizi a non soci.

Fino al 2001 le coop non dovevano pagare imposte sugli utili. Poi arrivò la prima grande stretta, per opera sempre di Giulio Tremonti, che limitò i benefici a quelle sociali. In seguito, sempre l’attuale ministro dell’Economia, con la riforma del diritto societario, stabilì che le società a mutualità prevalente potevano avere un’esenzione Ires del 70%, mentre per le altre, quelle più simili ad aziende normali, solo del 30%. Un paio di anni fa, un’altra stretta che limitò l’esenzione delle prime al 55% nel caso si tratti di grandi aziende. È ad esempio il caso dei classici supermercati Coop (quelli della Legacoop), che nelle regioni rosse hanno per clienti molti soci, ma che sono dei veri e propri colossi della distribuzione.

La stretta potrebbe concentrarsi proprio su queste, facendo calare le due percentuali di esenzione. Oppure Tremonti potrebbe decidere di tornare alla vecchia formula e fare salve solo le cooperative sociali (ad esempio quelle che offrono servizi di assistenza ai malati) trattando le altre come aziende normali. I risparmi dovrebbero aggirarsi intorno alla metà del valore dell’esenzione, quindi 300 - 400 milioni di euro.

Una scelta, quella presa ieri dal governo e dalla maggioranza, che creerà qualche malcontento e non solo nella sinistra. E non è un caso che nei giorni scorsi si sia fatto sentire soprattutto il presidente di Confcooperative Luigi Marino: «Non vorrei che dietro questa ipotesi di colpirci ci fosse ancora l’idea sbagliata che identifica il mondo delle coop come sostenitore di una parte politica. E che si voglia quindi usare l’arma del taglio alle agevolazioni fiscali per ammorbidire o rispondere con intransigenza alle opposizioni. Il mondo è cambiato». E il riferimento è anche al fatto che già da un anno il mondo della coop ha avviato un processo di unione attraverso l’Alleanza che comprende Legacoop (quelle rosse), Confcooperative (di ispirazione cattolica) e Agci (la centrale laica).
Ma è più probabile che il governo abbia iniziato dalle coop quel processo di semplificazione dei regimi fiscali, che presto, quando verrà attuata la delega, potrebbe investire anche i circa 160 miliardi di euro di benefici fiscali con valore assistenziali che si sono stratificati negli anni.

Il mondo della cooperazione ha dalla sua numeri sempre importanti per l’economia nazionale e anche in questi anni di crisi ha dimostrato di reggere meglio di altri.
Nel complesso ci sono 80mila cooperative con un milione e 400mila occupati, 130 miliardi di euro di fatturato e 13 milioni di soci. In dieci anni l’impatto delle aziende sul Pil è aumentato dal 2,7 per cento al 7,6 per cento. Segno che sono importanti per l’economia italiana.
Ma anche - e questo deve essere stato il ragionamento che ha spinto i governi di centrodestra ad occuparsene dal 1994 fino a ieri - che le aziende cooperative sono pronte per fare il salto definitivo e diventare un po’ più simili alle altre.