Il colpo basso

Ci sono dei limiti di umana sensibilità, di pietà e di decenza che non dovrebbero mai essere superati, esistono regole non scritte che vietano di tentar di sfruttare cinicamente in campagna elettorale un delitto mostruoso qual è l’uccisione del piccolo Tommaso e l’emozione profonda che ha suscitato in tutto il Paese. Non si può, non si deve. Non sappiamo se Francesco Rutelli conosca quei limiti e quelle regole, è certo però che il leader della Margherita non ha resistito al fascino greve dello sciacallaggio ed ha usato la tragedia di Parma per una polemica stolta contro gli avversari politici, come se fosse possibile ravvisare una sia pur indiretta e remota responsabilità del governo nell’orrore che ci ha turbati.
Secondo Rutelli, quel crimine è stato commesso perché la maggioranza di centrodestra avrebbe trascurato la questione della sicurezza, si sarebbe preoccupata di approvare leggi discutibili anziché varare norme più severe per la tutela dei minori. Rutelli, insomma, si è iscritto d’ufficio fra i difensori ad oltranza di «legge e ordine», si è travestito da sceriffo di ferro e in questo sgradevole esercizio muscolare ha dimenticato la sua storia, i suoi percorsi ideologici, soprattutto le ambiguità e le incertezze che la sua fazione politica, la coalizione di cui è parte, ha introdotto nel nostro sistema dei delitti e delle pene.
La Casa delle libertà si è preoccupata di mobilitare uomini e mezzi per far aumentare la sicurezza dei cittadini e il calo registrato nelle statistiche dei reati conferma che questo impegno si è rivelato efficace. Ma nessun governo può estirpare la crudeltà e l’orrore, il male che s’insinua nella trama della nostra vita quotidiana, senza tregua. Il governo in carica ha rafforzato la difesa dei minori, aumentando le pene per i pedofili e per i mercanti di bambini.
Ma chi è Rutelli per dare lezioni di severità giuridica? Ci sono nel nostro sistema norme discutibili, come quella che riconosce l’attenuante, grazie al rito abbreviato, anche per i reati che prevedono l’ergastolo. Sì, è discutibile, ma sarà bene ricordare che quella norma è stata introdotta nel 1999, quando la sinistra era al governo e Guardasigilli era Oliviero Diliberto, alleato di Rutelli.
Sinistra e centrosinistra, proprio mentre l’esecutivo si impegnava per accrescere la sicurezza dei cittadini, hanno presentato proposte di legge per svilire ulteriormente il carattere punitivo dell’ergastolo, per eliminarlo, oppure per disarmare le forze dell’ordine, o ancora per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri ricorrendo ancor di più all’affidamento ai servizi sociali quale misura alternativa alla detenzione. Adesso Rutelli fa la faccia feroce, ma la deriva ideologica e sociologica che ha contribuito a incrinare la certezza del diritto con l’incertezza delle pene nasce da una visione catto-comunista, che continua a far danni. Periodicamente esprimiamo sconcerto e preoccupazione perché si concedono «premi», permessi, semilibertà e altri benefici a criminali che ne approfittano per ripetere gli stessi delitti che li avevano portati nelle carceri dalle porte girevoli. Utopia, perdonismo, lassismo, la tendenza a diluire la responsabilità dei singoli in un disagio, se non proprio in una colpa, della società hanno caratterizzato una certa visione della politica criminale.
Francesco Rutelli viene da questo preciso contesto storico e culturale, appartiene a una sinistra le cui carte in materia di tutela della sicurezza possono essere agevolmente verificate grazie agli atti parlamentari e alle cronache politiche.
Prima di esercitarsi a fare lo sceriffo, Rutelli dovrebbe esercitare la memoria e ritrovare la capacità di arrossire.