Colpo grosso Hancock-Lang Lang

La premiata ditta Herbie Hancock & Lang Lang torna a colpire. Accadrà a Milano, stasera, alle ore 20, - udite udite! - alla Scala (info 02.72003744. www.teatroallascala.org). Già, i due pianisti, l'uno, americano, jazz, l'altro, cinese, classico, tornano a far coppia nel teatro che ha tenuto a battesimo le icone del melodramma di casa nostra, da Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini in giù, che fino ad ora ha costruito un'identità selezionando accuratamente gli ospiti: rigorosamente del mondo della cosiddetta «musica d'arte», cioè senza incursioni nel mondo di jazz, pop e rock. Un teatro che ancora arriccia il naso di fronte a regie ardite, o almeno considerate tali, e progetti non del tutto ortodossi. Perché, a torto o ragione, la Scala continua a vestire i panni della paladina della tradizione, avvolta nei rossi velluti e istoriata di stucchi dorati, e quando una leggenda del jazz come Hancock vi debutta è una notizia. Una bella notizia. Che, per la verità, è un preludio a una svolta. A quanto accadrà con l'edizione 2011-12 della stagione, con la presenza di un paio di nomi non proprio scaligeri: quello di Stefano Bollani, compositore e pianista jazz, e soprattutto di Vasco Rossi, il rocker che firmerà musica e drammaturgia di uno spettacolo previsto per il prossimo marzo.
Detto questo, accade che lunedì l'orchestra dell'Accademia della Scala, diretta dal texano di Houston John Axelrod, neo direttore principale dell’Orchestra Verdi, si produrrà con la strana coppia Hancock, guru del pianismo jazz, e Lang Lang, pianista classico ma di ampie vedute, pronte ad allargarsi ancor più quando la notorietà, e un cachet andato alle stelle, può trarre benefici. Il programma di lunedì strizza un occhio al jazz e uno alla classica. Si parte con il Gershwin della Cuban Ouverture e si chiude con la Rhapsody in blue trascritta per due pianoforti. In mezzo Ravel di Ma mère l'oye, una Rapsodia (la seconda) Ungherese di Liszt per pianoforte a quattro mani, e la quinta Rapsodia Ungherese di Brahms. I due si ritagliano anche uno spazio per improvvisare: cosa naturalissima per Hancock, meno per Lang Lang che, da pianista classico, è interprete chiamato a tradurre minuziosamente il verbo del compositore. Due artisti, e due modi diversi di intendere la musica. Anche i pianoforti su cui si esibiscono sono diversi. Hancock vuole sempre il nostro Fazioli, strumento superlativo forgiato a Pordenone dall'ingegner Fazioli in persona (non è leggenda: prima di mettere i circolo i propri gioielli, li controlla uno a uno). Lang lang è nella scuderia dei pianisti Steinway & Sons, marchio statunitense leggendario, di lungo corso. Due sono anche le tipologie di pubblico che seguono ormai da un paio anni l'avventura Hancock-Lang. A dare il via all'esperimento era un Grammy conquistato dal duo nel 2008, con un disco di Gershwin. Nel 2009 seguiva un tour mondiale, incluse due tappe italiane: all'Arena di Verona e al Ravenna Festival. L'incontro del duo funziona sulla carta, ma continua a non soddisfare la critica che ha parlato di incontro mancato: gli inglesi, poi, sono andati giù duro soprattutto con Lang Lang. Che da pianista classico non saprebbe improvvisare, dicono, e dunque sopperirebbe alla mancanza d'inventiva andando in su e in giù per la tastiera come un ginnasta, certo degno di un oro olimpico. I due proseguono per la loro strada, e pazienza se la critica non li promuove. Dopo due anni, non rimane che testare se vi sono state delle evoluzioni.