Colpo al racket dell’asfalto: funzionari e coop condannati

Trenta condanne per il «cartello» che si spartiva i lavori per aggiustare le strade milanesi, rendendo le gare d’appalto bandite dal Comune, dalla Provincia e dalla Metropolitana milanese una formalità priva di significato. A partecipare alla spartizione, quasi tutte le aziende che da sempre la fanno da padrone in questo ramo, comprese cooperative bianche e rosse. La benedizione dall’alto arrivava grazie alla complicità di due funzionari del Comune di Milano. Singolare effetto collaterale: una volta tanto, non erano le aziende meridionali a entrare, con le buone o con le cattive, nel giro dai subappalti: ma erano loro, nei rari casi in cui vincevano la gara pubblica, a venire convinte a cedere i lavori alle milanesi, accontentandosi di una piccola percentuale dell’importo della gara.
Le condanne per turbativa d’asta sono state emesse dal giudice Piero Caccialanza, della decima sezione del tribunale, al termine di un processo lungo e faticoso: tanto che, risalendo i fatti al 2005, è concreto il rischio che l’intera vicenda venga inghiottita dalla prescrizione prima della sentenza definitiva.
Si tratta di condanne, peraltro, abbastanza miti: un anno e un mese la più severa, accompagnate da risarcimenti dei danni di alcune migliaia di euro per ogni imputato (dai due agli ottomila) a favore del Comune, costituitosi parte civile. Ma resta significativa la ricostruzione, compiuta dal pubblico ministero Stefano Civardi, di come il sistema di spartizione sia potuto nascere e prosperare per anni con la complicità della macchina comunale.
Tra i lavori finiti sotto il controllo del «cartello» anche il rifacimento di corso Como e di corso Garibaldi. L’indagine della Guardia di finanza, nata dalla denuncia di un dipendente della Carugo - una delle aziende coinvolte - aveva accertato che tra le ditte veniva stretto un accordo preventivo per decidere chi dovesse ottenere gli appalti: dopodiché le offerte venivano presentate, con la complicità dei funzionari comunali, in modo tale da garantire la vittoria del predestinato. Una volta esperita la finta «gara», partiva il meccanismo dei subappalti, superando di gran lunga quel tetto del 30 per cento previsto dalla legge. In questo modo, aziende che in realtà non spalmavano neanche un metro d’asfalto hanno nel corso del tempo inanellato curriculum da grande imprese, fatti poi valere in altri appalti pubblici.
I due funzionari comunali condannati sono Alberto Adami e Vittorio Angeleri, all’epoca dei fatti dirigenti del Terzo e Quarto reparto strade del Comune. Tra gli imprenditori che facevano parte del «cartello» figura anche Giancarlo Bianchi, titolare della Edilbianchi e della Lucchini & Artoni, società di cui le cronache hanno avuto recentemente modo di occuparsi in relazione anche ad altre vicende. Oltre ad avere partecipato ai lavori di sbancamento dell’area di Santa Giulia, a Rogoredo, sulla quale è in corso una inchiesta della Procura della Repubblica per avvelenamento delle falde (che dovrebbe chiudersi entro l’anno), la Lucchini & Artoni è stata oggetto di un provvedimento della Prefettura che le revocava l’autorizzazione antimafia, sulla base di un rapporto della Dia che denunciava la presenza tra i suoi subappaltatori per i lavori della M5 di imprese collegate alla ’ndrangheta. In seguito ai chiarimenti forniti dall’azienda e alle robuste pressioni da parte dei sindacati - che temevano la perdita di centinaia di posti di lavoro - il provvedimento è stato revocato.
Unica notizia confortante emersa dal processo: i lavori venivano eseguiti a regola d’arte, o almeno secondo gli standard consueti di qualità, e il costo degli appalti non veniva gonfiato. Obiettivo del «cartello», insomma, non era fare la cresta sui lavori pubblici, ma eliminare dal mercato dei lavori stradali l’ingombro della libera concorrenza.