Il colpo di reni dell’Italia salva l’asse con Tripoli

Per il nostro Paese la posta in gioco era altissima e il premier ha
giocato saggiamente la carta degli aiuti umanitari, fondamentali
nell’emergenza

La posta in gioco era altissima, soprattutto dopo che il presidente del Comitato libico di transizione (e probabile futuro primo ministro di un governo provvisorio) Jibril aveva deciso di recarsi a Parigi prima che in Italia: bisognava, cioè, cercare di ristabilire con il nuovo regime rapporti analoghi a quelli privilegiati intrattenuti con Gheddafi, preservare la presenza dominante dell’Eni nel settore petrolifero e possibilmente salvare anche i molti altri contratti in vigore prima della guerra.

L’impresa non era semplice, soprattutto non conoscendo con esattezza che cosa Jibril possa avere promesso a Sarkozy, cui ha riconosciuto pubblicamente la paternità dell’intervento della Nato a favore dei ribelli, ed essendo stati messi di fronte al fatto compiuto della conferenza sulla Libia convocata dal presidente francese a Parigi per il 1 settembre («Sarà la Francia a coordinare gli aiuti per la ricostruzione del Paese»). Tenuto conto che il nostro sforzo militare è stato (ed è tuttora) molto inferiore a quello degli amici transalpini, abbiamo saggiamente giocato la carta umanitaria, con lo sblocco immediato di 350 milioni di Euro di fondi statali libici congelati nelle nostre banche che serviranno a pagare gli stipendi e impedire la paralisi dei servizi essenziali, la fornitura gratuita di metano e carburanti fino a quando il Paese non tornerà autosufficiente, l’invio di materiale sanitario e di personale per l’addestramento dei nuovi quadri. Jibril non ha mancato di sottolineare questo aspetto nel suo intervento, ringraziando l’Italia «per avere protetto i civili libici e augurandosi che continui a prendersene cura».

La presenza di Scaroni e l’impegno di firmare lunedì a Tripoli un protocollo d’intesa per la riapertura degli impianti fa bene sperare sulla riuscita dell’incontro, almeno sul piano energetico. Con 116 mila barili estratti al giorno, l’Eni è di gran lunga la compagnia più importante a operare nel Paese (i suoi rivali arrivano sì e no alla metà) e con l’acquisto del 28 per cento della produzione totale l’Italia è, sempre di gran lunga, il maggiore cliente della Libia (la Francia ne compra il 15 per cento, la Cina l’11, Germania e Spagna il 10, gli Usa solo il 2).

Per i libici, specie se vogliono tornare a incassare al più presto le royalties, la collaborazione con il Cane a sei zampe è perciò altrettanto importante che per noi. Visto che l’Italia è stato il terzo Paese, dopo Francia e Gran Bretagna, a riconoscere il Clt, non c’è perciò alcuna ragione per cui i rapporti debbano deteriorarsi. Le Figaro ipotizza addirittura che, oltre alla Total francese che otterrà senza dubbio di aumentare la propria presenza, e alla Qatar Oil che sarà premiata per l’appoggio dell’Emirato ai ribelli di Bengasi, proprio l’Eni possa espandersi ulteriormente. Potrebbero invece essere penalizzati gli interessi di Cina, Brasile e Russia, che fino all'ultimo sono stati in bilico tra il Clt e il colonnello, e potrebbe essere costretta a ridimensionarsi almeno temporaneamente, la National Oil Corporation, che prima della guerra produceva 500.000 barili al giorno.

Prima di tornare alla normalità, bisognerà comunque riparare gli impianti danneggiati e soprattutto recuperare la manodopera soprattutto straniera fuggita in parte in Italia sui barconi (e che ora potrebbe essere incoraggiata a tornarvi) che li mandava avanti.
Senza eccedere in ottimismo, e tenendo conto del caos che regna tuttora in Libia, dove ancora per diverso tempo potrebbero mancare le condizioni di sicurezza indispensabili, possiamo perciò dire che abbiamo salvato il salvabile e anche di più. Sempre, naturalmente, che siano Jibril e i suoi attuali collaboratori a guidare la futura Libia democratica e che non diventi necessario ricominciare da capo a negoziare con altri soggetti.