"In un colpo solo ho perso le gambe e la scrivania"

Giusy Versace: "Quando sono tornata al lavoro dopo l'incidente mi hanno mobbizzato ma ho scoperto lo sport". "Zio Gianni? Ero assunta dalla concorrenza"

Le giornate «no» ci sono, eccome. Ma per fortuna sono di più quelle «sì», in cui la gente la abbraccia per strada e le dice grazie. «Grazie per cosa?», chiede lei ogni volta. «Per la forza che ci insegni». In effetti se c'è una cosa che non manca a Giusy Versace è la grinta. Piena, pulita. Dopo l'incidente in auto contro un guard rail sulla Salerno-Reggio Calabria ha perso entrambe le gambe ma ha trovato una seconda vita tempestata di sfide e avventure. E nonostante le mille difficoltà, è riuscita a rilanciare diventando ciò che mai avrebbe immaginato: un'atleta paralimpica, una ballerina, una scrittrice, un'attrice di teatro e anche una conduttrice televisiva alla Domenica sportiva che guardava in tv da ragazzina. Roba che ad altri ci vorrebbero due vite per fare tutto.

Nel giugno 2011 in Spagna, a Valencia, Giusy centra il minimo richiesto sui 100 metri per le Paralimpiadi di Londra 2012 e, ai campionati italiani di Torino, corre i 100 m in 15"50 secondi, tempo che per poco sarà anche record europeo, ma che a sorpresa non le varrà la convocazione per le Paralimpiadi di Londra 2012. Ovviamente lei non si arrende e continua ad allenarsi e migliorare, fino a portare i suoi record a 14"44 sui 100 metri, e 27"95 sui 200 metri. E piano piano i risultati arrivano, tanto che ora Giusy ha una bacheca nella quale campeggiano undici titoli italiani tra coppe e medaglie. Tra un allenamento e l'altro, il cervello va a mille, le idee non mancano e le proposte di lavori e collaborazione nemmeno, compresa la co-conduzione alla trasmissione Alive, la forza della vita.

Insomma, Giusy piace. Oltre a essere una ragazza molto bella, buca lo schermo e trasmette una solarità che spacca lo schermo e arriva dritta dritta nelle case e nel cuore della gente. Anche se la strada per arrivare a tutto questo non è stata tutta in discesa. Anzi. Ma lei ha un dono: riveste il dolore (morale e fisico) con un bel sorriso e fa apparire tutto facile, quando invece facile non lo è stato affatto.

Giusy, chi era prima dell'incidente?

«Ero una mezza matta scatenata come adesso. Facevo la manager in carriera nel settore della moda. Ma, nonostante il mio cognome, non ho mai lavorato per Versace, bensì per una casa concorrente. Sono andata via di casa a 18 anni, volevo costruirmi da sola ed essere indipendente».

E poi cosa è successo?

«Per un paio d'anni dopo l'incidente ho cercato di continuare a fare quello che facevo prima. Pretendevo di ricostruire la mia vita esattamente com'era. Ma quando sono tornata al lavoro non ho più trovato la scrivania, mi hanno lasciato a fare solitari davanti al pc per un anno facendomi sentire inutile».

Mobbing bello e buono?

«Sì, non mi potevano licenziare perché l'incidente è avvenuto durante una trasferta per lavoro. Io ce l'ho messa tutta per riprendermi i miei compiti e ho lottato fino alla fine. Sono anche riuscita a riavere la scrivania di prima. Ma nel frattempo dentro di me era scattato qualcosa. Mi sono chiesta: ma è davvero questo quello che voglio fare nella vita?».

Ed è emersa la nuova Giusy.

«Sì, in quel periodo ho scoperto la passione per lo sport e ho deciso di dedicare più tempo all'atletica, accettando di lavorare da esterna. Preferivo guadagnare un po' di meno ma essere felice. Nel 2010 ho iniziato a correre con le protesi di carbonio e dopo tre mesi ero ai blocchi di partenza per i campionati di atletica leggera».

Parallelamente ha trovato l'amore.

«Io e Antonio, il mio compagno, ci siamo conosciuti a Budrio, Bologna, quando io stavo imparando a utilizzare le protesi dopo l'incidente. Anche lui era al centro dopo avere perso una gamba per colpa di una motozappa in un campo. Ora anche lui è un atleta paralimpico. Corre i cento metri e fa lancio del peso e del disco. Mi ha dato una forza incredibile e mi sta vicino in tutti i miei progetti, compreso lo spettacolo che sto portando in giro».

Però, che coppia. Matrimonio in vista?

«Eh, prima devo convincerlo a lasciare Catania e trasferirsi a vivere a Milano con me. Questa ora è la mia nuova sfida. Ma non è facile convincere un siciliano a lasciare la sua terra. Del matrimonio ne riparleremo più avanti».

Chi è più cocciuto dei due?

«Questa è una bella gara. Vedremo se riuscirò a farlo trasferire».

Oltre alla carriera sportiva, ha collezionato vari successi, tra libri, spettacoli e tv.

«Diciamo che trovo sempre il modo per non annoiarmi. Scherzi a parte, sento di avere una piccola missione. Voglio raccontare la mia storia nella speranza di contagiare gli altri e trasferire a chi ne ha bisogno il mio immenso amore per la vita. Sono riuscita a trasformare una tragedia in opportunità per me e per gli altri».

È per questo che ha voluto fondare una onlus?

«Sì, io dico sempre che con la nostra associazione non regaliamo protesi ma nuove opportunità di vita. Io mai avrei pensato di arrivare a una finale paralimpica eppure ho imparato ad alzare l'asticella, sempre un po' di più. Voglio che anche gli altri ci provino. A rilanciare, intendo».

Lei è riuscita a dare un nuovo volto alla disabilità.

«Eppure ho trovato tanti muri mentali, legati a parecchia ignoranza. Anni fa di disabilità si parlava molto meno, era più difficile».

L'hanno mai fatta sentire «diversamente abile»?

«Sì, c'è un episodio in particolare. Era il periodo in cui stavo cercando di prendere confidenza con il mio nuovo corpo. Con i vestiti ormai mi sentivo a mio agio, ma dovevo affrontare la spiaggia e la difficoltà a rimanere in costume con le protesi scoperte. Per un po' ci ho provato a Taormina, ospite di mio zio, ed è andata bene. Poi siamo andati a Scilla, Reggio Calabria, per affrontare anche gli sguardi della gente che conoscevo già prima dell'incidente. Dopo il bagno, sul lettino, staccai le protesi per svuotarle dall'acqua. Una bimba si avvicinò per vedere cosa fossero quelle strane gambe e la madre la portò via per il braccio, coprendole gli occhi».

Come ha reagito?

«È stata una pugnalata allo stomaco. Ho pensato che quella bimba crescerà con la paura della disabilità. Da lì ho deciso che mai mi sarei vergognata. Spesso i bambini si avvicinano e mi chiedono se possono toccare le protesi. Sono curiosi. Una volta ne ho sentiti due parlare e uno diceva all'altro: "Ci credo che vince le gare, dentro le protesi avrà il telecomando". Meravigliosi, puri».

Gli adulti fanno più fatica.

«Ho concluso che la disabilità sta negli occhi di chi la guarda. I bambini non la vedono. In me non vedono una disabile ma una campionessa che vince le gare e mi chiedono i selfie e gli autografi».

Però quando ha partecipato a Ballando con le stelle ha conquistato tutti.

«Quando ho deciso di partecipare alla trasmissione ho fatto una scelta precisa: colpire gli adulti, ma in senso positivo. Ho voluto dire: guardami, non avere paura di farlo. Ho pure perso le gambe in diretta. Insomma, ho infranto tutti i tabù possibili. Basta con il non dire, basta isolarsi e nascondersi».

E ha vinto.

«È stato bellissimo. Ma sentivo di avere vinto già prima di quella finale».

In che rapporti è rimasta con Raimondo Todaro, il «ballerino delle stelle»?

«Balliamo ancora assieme. Anzi, io ho proprio bisogno di lui per ballare. Stavolta ci cimentiamo sul palcoscenico del mio spettacolo teatrale. Abbiamo realizzato cinque coreografie nuove».

Ma quindi lo spettacolo che sta rappresentando non è solo un suo monologo?

«Racconto di me, della mia vita prima e dopo l'incidente. Edoardo Sylos Labini mi ha aiutata a estrarre delle parti del mio libro e riadattarle a spettacolo. La storia è sempre quella di Con la testa e con il cuore si va ovunque, ma ho arricchito la mia storia con la danza, grazie a Raimondo, e con la musica, grazie a Daniele Stefani. Allo spettacolo ha partecipato anche Antonio, mi ha assistito durante tutte le prove e dato molti consigli».

Il teatro è uno dei mille capitoli della sua vita-bis. Ora siete in tournée?

«Riprenderemo le rappresentazioni a ottobre, a Roma. Ma Siamo in trattative con il Comune di Norcia per poter rappresentare lo spettacolo lì, all'aperto, nella piazza da poco sistemata. Vorremmo farlo gratuitamente alla fine di agosto per fare un omaggio alle persone colpite dal terremoto. In un certo senso anche loro hanno dovuto ripartire, come ho fatto io».

Come lei, anche la campionessa di scherma Bebe Vio ha dato un nuovo appeal alla disabilità. Ma non c'è il rischio di esagerare, di esporsi troppo ed essere omnipresenti?

«In effetti Bebe è un po' prezzemolina, glielo dicono in tanti. Ma è giovane. Pensa che la conosco da quando ha 11 anni. Lesse di me su un giornale e suo padre, persona molto intelligente, mi contattò perché voleva circondarla di esempi positivi».

Bebe ha dovuto affrontare la disabilità da piccolina, lei già da adulta. È diverso, vero?

«Paradossalmente da bambini forse è più semplice adattarsi. Un adulto invece deve fare i conti con il suo "prima": prima facevo, prima ero...Diciamo la verità, i limiti da affrontare nella quotidianità sono tanti».

Lei cerca di alleggerire tutto, ma è dura. Vero?

«Lo è. A volte non sto bene, sono giù. Ma cerco sempre di raccontare il lato bello delle cose. Ho dalla mia una grande fede che mi ha aiutato a non incattivirmi e a cercare sempre il lato positivo. Portando il cognome Versace, all'inizio il mio incidente ha destato molta curiosità. E quando ho capito che la mia voce poteva essere di stimolo ad altri, allora mi sono messa in gioco. Vedo che tanti ragazzi si isolano, si uccidono per problemi risolvibili, si scoraggiano per niente».

E lei che messaggio vuole dare?

«La vita è difficile per tutti e, in vari modi, ci mette alla prova. Noi guardiamo i colori».

A parte le vittorie e il successo, quali sono i colori che ha scoperto?

«Mi si riempie il cuore quando la gente mi abbraccia per strada, mi carica. E poi i colori sono in quello che riusciamo a fare con la onlus. Mi viene in mente la storia di Francesco, un ragazzo che abita vicino a Gioia Tauro. Si vergognava a uscire perché aveva perso una gamba. Da quelle parti invece i boss di mafia e 'ndrangheta (che dovrebbero vergognarsi veramente) se ne andavano in giro a testa alta. Lui no, si era chiamato fuori da tutto. Allora ho organizzato un evento sportivo in piazza ed ho raccolto fondi per regalargli una protesi. Ora gioca a basket, si fa i selfie alla gamba finta e mi racconta che rimorchia un sacco di ragazze».

Con la onlus fate parecchio. Ma le istituzioni vi aiutano?

«I politici fanno parecchi tweet sulla disabilità. Dicono che aggiornano i livelli essenziali di assistenza. Ma è tutto quasi fermo al 1999. Molte protesi e novità che la tecnologia ha inventato non sono coperte dallo Stato. Significa dire a un disabile: lo sport è un lusso. Invece è un suo diritto, è la via verso la rieducazione. Nel settore delle amputazioni c'è ancora parecchio da fare».

Insomma, i disabili sono ai margini?

«Pensi al mondo del lavoro. Vengono relegati a fare i centralinisti o i passacarte quando invece hanno potenzialità molto più sviluppate. E pensare che assumendoli un'azienda avrebbe anche sgravi fiscali. Quando io sono tornata al lavoro mi hanno trattato come se, oltre alle gambe, avessi perso anche la testa. Anche per questo voglio essere uno stimolo per chi pensa di non farcela. Voglio dire a tutti, anche a chi disabile non è, di non mollare».