Dal colpo di Stato del 1969 alla caduta del regime: ecco la parabola di Gheddafi

Dal colpo di Stato del 1969 al ruolo di leader del Consiglio del comando della rivoluzione, passando per i rapporti con l'Italia e con gli altri paesi, per le ipotesi di terrorismo e la rinuncia al nucleare, fino alla caduta del regime di Gheddafi 

Ammiratore del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, Gheddafi prende l’iniziativa nel 1969. Il 1 settembre di quell’anno i libici apprendono dalla radio che re Idris - da alcuni giorni partito per l’estero - è stato estromesso e che il loro paese ha cessato di essere una monarchia. A guidare il colpo di stato contro il sovrano - nel ruolo di leader del Consiglio del Comando della rivoluzione - è stato il giovanissimo Muammar, un perfetto sconosciuto negli ambienti dell’elite politico-commerciale-affaristica di Tripoli e Bengasi. 

I primi atti di governo di Gheddafi sono in linea con i progetti coltivati in segreto negli anni precedenti: nazionalizzazione delle banche estere e delle compagnie petrolifere, nonché la chiusura di tutte le basi militari occidentali. Panarabismo ed accentuazione dell’aderenza ai precetti islamici in tutti i settori - tra cui la proibizione della vendita e del consumo di alcolici - caratterizzano la Libia dei primi anni della rivoluzione gheddafiana. Uno dei primi provvedimenti della Libia rivoluzionaria - ormai trasformata in uno stato di polizia - è, nel luglio 1970, l’espulsione e la confisca dei beni dei circa 20.000 italiani rimasti nell’ex «Quarta Sponda», nel periodo successivo alla fine dell’occupazione coloniale italiana, le cui tracce sono ancora presenti nell’architettura urbana e rurale di un paese che ospita anche importanti resti d’epoca classica greca e romana. Sempre sulla scia delle sue idee coltivate prima di giungere al potere, il colonnello di Tripoli diventa paladino di numerosi movimenti di liberazione nazionale ma anche di gruppi terroristici di tutto il mondo, che nella capitale libica trovano sostegno morale e, soprattutto, finanziario. E, parallelamente al distacco dall’alleanza politico-militare con gli occidentali, si realizza l’avvicinamento all’Unione Sovietica ed ai paesi del blocco comunista. 

Investimenti in Italia dagli anni '70
Sin dai primi anni di governo di Gheddafi, i rapporti con l’Italia sono tanto instabili politicamente quanto stabili - anche se a volte irti di problemi ed incomprensioni - dal punto di vista degli scambi. L’ex potenza coloniale mantiene infatti imperterrita il ruolo di primo partner commerciale di Tripoli, persino dopo l’impetuosa, irresistibile «discesa in campo» della Cina del boom economico. L’annuncio, nel dicembre del 1976, che una Banca libica - la Libyan Arab Foreign Bank - ha acquisito circa il 13 per cento delle azioni Fiat pagandole il doppio della quotazione di mercato, che allora era di circa 3.000 lire, suscita profonda meraviglia nella penisola. Ma anche preoccupazioni - rivelatesi infondate - per eventuali colpi di testa di un imprevedibile dittatore arabo, ormai entrato a suon di petrodollari nel salotto buono della finanza italiana

Nella primavera del 1977, Gheddafi decide che è arrivato il momento di dare una scossa all’impianto ideologico-statuale della sua rivoluzione varando due iniziative: il cambiamento il nome ufficiale del paese da Libia in «Jamahiriyah» (letteralmente: «Stato delle Masse»); l’esposizione di una sua originale teoria politica nel «Libro Verde», in base al quale il potere reale risiederebbe nei «Comitati popolari», mentre la sua permanenza alla testa del paese avrebbe solo lo scopo di eseguire la volontà delle masse.

Sin dalla morte di Nasser, Gheddafi inoltre si propone come il leader naturale mondo arabo, senza tuttavia - secondo lui - ricevere un’attenzione degna del suo spessore di statista di primo piano. Indispettito, non perde occasione per biasimare presidenti e regnanti arabi, evitando a volte di partecipare alle riunioni della Lega Araba. Le sue presenze a tali consessi si rivelano spesso un’occasione per accusare platealmente gli altri capi di stato arabi di servilismo verso gli occidentali.

Il terrorismo e l'emarginazione internazionale
Presunti coinvolgimenti di Tripoli in attentati terroristici portano, nel 1986, al bombardamento aereo americano di Tripoli: alcune bombe cadono sulla stessa caserma che funge da abitazione di Gheddafi, causando la morte di una sua figlia adottiva. L’attentato contro un aereo di linea americano Pan Am - precipitato sulla località scozzese di Lockerbie e la cui responsabilità è attribuita ai servizi segreti di Tripoli - ha come conseguenza l’imposizione di sanzioni economiche sulla Libia, il cui isolamento si riflette soprattutto sulle condizioni di vita della popolazione, non certamente degne di un paese grande esportatore di «oro nero». Un altro attentato aumenta l’isolamento internazionale della Libia: quello contro un aereo della compagnia francese UTA nel cielo del Sahara.

La rinuncia al programma nucleare
L’ostracismo internazionale viene superato solo dopo che nel 2003, a sorpresa, il colonnello annuncia la decisione di abbandonare il programma di costruzione di armi di distruzione di massa. Risultato della mossa: riprendono le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, che non considerano più la Libia uno «stato canaglia», e le compagnie petrolifere Usa ritornano in massa nel paese nordafricano.

Partner corteggiato dalle cancellerie occidentali
Anche le porte delle cancellerie occidentali, da Parigi, a Bruxelles, a Roma, si spalancano ora di fronte al rais di Tripoli, con il quale ora tutti i paesi desiderano fare affari d’oro. A conclusione di un lungo negoziato, Italia e Libia il 30 agosto sottoscrivono a Bengasi un Trattato di amicizia, alla presenza di Gheddafi e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che chiude definitivamente la dolorosa pagina del dominio coloniale italiano. Nel giugno 2009 e nell’agosto 2010 il leader libico è protagonista di due visite a Roma che suscitano non poche polemiche, per la plateale deferenza con cui viene ricevuto. Anche con la Francia di Nicolas Sarkozy vengono conclusi numerosi accordi economici e commerciali.

LA RIVOLUZIONE DEL 17 FEBBRAIO E LA CAMPAGNA NATO
- Nonostante sia sdoganato a livello internazionale, il potere di Gheddafi inizia a vacillare lo scorso febbraio, quando, sull’onda della «primavera araba» che ha portato all’inizio dell’anno al rovesciamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, gli oppositori del colonnello da Bengasi scatenano una rivolta, presto appoggiata dalla Nato (con Francia, Gran Bretagna e Italia in prima fila), che interviene con i suoi jet in difesa dei civili libici, colpiti dalle forze lealiste. L’ottimismo iniziale che faceva pensare a una rapida caduta del regime svanisce presto. Il rais resiste alla rivolta grazie anche all’impiego di mercenari assoldati da altri Paesi africani. Fino ad oggi, quando viene ferito gravemente e catturato nella sua Sirte. Sirte e Sebha: sono queste due località - la prima quasi al centro dei 1.800 chilometri della costa libica e la seconda in pieno deserto - che hanno segnato il destino di Muammar Gheddafi, il più longevo leader arabo-musulmano.

LA GIOVENTÙ E IL NAZIONALISMO PANARABO - A Sirte Gheddafi è infatti nato in un giorno imprecisato del 1942 (forse tra giugno e settembre, ma non se ne conosce la data di nascita) da una famiglia di poveri beduini, mentre nella seconda - dove trasferì all’età di nove anni - è andato a scuola, ha forgiato il suo carattere ribelle ed ha assorbito le idee provenienti dal vicino Egitto, teatro della rivoluzione di Gamal Abdel Nasser, uno dei massimi esponenti del nazionalismo arabo. Proprio a Sebha, l’adolescente Gheddafi comincia la sua marcia verso la rivoluzione, organizzando in gruppi di studio i suoi compagni di scuola - tutti insoddisfatti del ruolo di una Libia guidata da re Idris El-Senussi e allineata sulle posizioni degli alleati che l’avevano liberata dall’occupazione coloniale italiana. L’attività politica del giovanissimo Muammar continua nell’Università di Tripoli, dove ottiene un diploma in Storia, prima di essere ammesso all’Accademia militare di Bengasi, in cui non pochi cadetti si mostrano sensibili alle sue idee di nazionalismo panarabo ed anti-occidentale.

ALLA GUIDA DEL GOLPE NEL 1969 -

 

INVESTIMENTI IN ITALIA DAGLI ANNI ’70

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