«Com’è bella la città peccato che mi snobbi»

«Vorrei cantare in pubblico ma qui non mi fanno neppure esporre i quadri...»

F ama è guardarsi indietro dopo 50 anni e scoprire che tutto è rimasto Come prima. E forse... più di prima. Fama è incontrare una vecchietta per strada che attacca: «Ho 90 anni, io, sa? Eppure, se non sbaglio, lei è Tony Dallara, quello che cantava Come prima, più di prima, t’amerò... Ero una sua ammiratrice fin da bambina, io, sa?». «E con questo scherzo la signora mi ha buttato sulle spalle quei 120 anni che non ho» ridacchia lui. Fama è fermarsi a un caffè: la tipa sui vent’anni che serve ai tavoli sbircia e sorride. Pensa. Poi si rivolge al barista: «Scusa, ma quel signore è uno famoso, chi è che non mi viene il nome?». La Milano di ieri e quella di oggi si tengono ben stretto quel ragazzone di anni 72 che, con i capelli più lunghi, lo sguardo bonaccione e una voce da urlatore, la faceva cantare e innamorare.
Era la fine degli anni ’50 e al Santa Tecla si fumava. Eccome se si fumava. Un corridoio lungo, una pedana. Bastava salirci sopra e intonare qualche nota. Erano gli anni del tu vuo’ fa’ l’americano, ma guai cantare in italiano. E l’Antonio Lardera si era adeguato in fretta. Un occhio alla Milan jazz band e tanta esterofilia che non faceva rima con quel cognome. Troppo milanese, troppo slang. E uscì Dallara, quasi un anagramma. Al Santa Tecla risuonavano i Platters e Dean Martin, Frankie Laine e Sinatra, Only you e The great pretender. Si ballava boogie woogie e rock ’n’ roll. Era il '57. Passano tre anni e il Tony vince Sanremo. Ci arriva per caso: si va a coppie, il big è Renato Rascel. «Modugno aveva vinto gli ultimi due festival, cercavano qualcuno che sparigliasse. Serviva un giovane per Rascel, scelsero me. Naturalmente accettai, ma chiesi di cantarla a modo mio. E Romantica diventò un successo».
Eppure Milano snobbò sempre quell’artista della voce e della tavolozza...
«Sognavo di dipingere, ma servivano diecimila lire per studiare a Brera. Se le avessi chieste mi avrebbero preso a calci. Così ho fatto il fabbro, il benzinaio, il garzone del salumiere, il lava-macchine. Ho venduto lampadari e ho fatto l’assistente di pittori: preparavo le tele. Poi di corsa là con la fronte sulle vetrine delle gallerie d’arte guardando di sottecchi, perché potevano entrare solo gli sciuri. E alla sera il Santa Tecla».
Poi arrivò il successo. Di quegli amici cosa ti è rimasto?
«Celentano oggi fa i suoi show, ma ha paura ad invitarmi... Siamo comunque amici. Dopo Sanremo, invece, Rascel mi mandò i fiori... Ma non sono una bella ragazza, io! Mi diede un foglietto con alcune canzoni: erano una più brutta dell’altra e le buttai. Mi dimenticò. Quando gli chiesero di Romantica evitava perfino di nominarmi. Solo Sabani e Magalli glielo ricordarono...».
Oggi tutte le star hanno manager, agenti, promoter...
«Io ho avuto mio fratello. Comparve in un solo disco: Gino Lardera, manager, c’era scritto. Mi chiamò e disse: cosa vuol dire manager? Sarà mica uno che mena...».
Andò meglio con gli artisti.
«Mi adottarono. Feci amicizia con Migneco, ma non solo. Era un gruppo di grandi nomi: Dova, Crippa, Scanavino, Fiume, Brindisi, Guttuso, Lucio Fontana. Poi nel '60 iniziai ad esporre anch’io. Cominciai alla Cairola: quella mostra la recensì Buzzati. Ho fatto vernissage ovunque, perfino in Giappone e Corea. Mi hanno comprato anche i fogli di carta. Tranne qui».
A quale genere ti ispiri?
«Astrattismo e spazialità. Non uso pennello e colori, ma tecniche e materiali diversi: legno, terra, plastica, catrame. Forse se avessi dipinto case e fiori sarebbe andata meglio. Ora sto mettendo a punto una collezione dedicata a Marilyn Monroe. La conobbi dopo una tournée con Gene Russell. L’anno successivo avrei dovuto ripeterla anche con lei, ma qualche giorno dopo la trovarono uccisa dai barbiturici. Ora le sto dedicando quadri che vorrei mettere in mostra. Già pronto il titolo: Marilyn and I. Sai com’è? Avendola conosciuta...».
E invece niente...
«Milano non mi vuole. E io mi arrabbio. Mi piacerebbe cantare in piazza Duomo, mi hanno invitato una volta al Castello. Ma il Castello è un salotto; a me piace la gente. Vorrei esporre qui, ma sembra impossibile».
Ricordi il Gaber di «Com’è grande la città». Se vuoi farti una vita devi venire in città... È vero?
«Dipende: chi è nato in città cerca la quiete della campagna, chi è nato in campagna è curioso della frenesia cittadina».
Come è bella la città?
«Bellissima, in campagna c’è troppa pace. Il silenzio sa essere assordante. In città ci sono luci, colori, suoni. C’è vita».
Come è grande la città?
«Mi ha colpito Tokyo. L’ultima volta che l’ho vista aveva 14 milioni di abitanti, per attraversarla ci voleva un giorno».
Come è viva la città?
«Vivissima».
Anche Milano?
«Da mezzanotte è morta. Tante volte, dopo il teatro si vorrebbe entrare in un locale, tutto chiuso. È morta! Dobbiamo trasformarla in un’altra New York...».
Come è allegra la città?
«Era allegra. Oggi c’è tanta paura. Se uno canta in strada, tutti si agitano. Oggi si teme anche un ubriaco. Ma una volta Milano era più allegra...».
Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce...
«Oggi la luce costa cara e nessuno le lascia più accese. Ma quando parte il nucleare? Ben venga il progresso, qui nessuno vuole niente. Bisogna fare presto, altrimenti ci ritroviamo con le candele in mano, come una volta...».
Con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce...
«È la laboriosità di Milano. Bisogna ringraziarla anche per quello che manda in altre parti d’Italia».
Con le réclame sempre più grandi...
«Rivorrei le pubblicità luminose in piazza Duomo. Erano stupende, bastava spostarle. Le altre metropoli sono piene di luce».
Con i magazzini e le scale mobili...
«Una volta c’era solo la Rinascente, oggi è l’immagine del megastore. Sembra che tutti facciano fatica a camminare».
Coi grattacieli sempre più alti...
«Sono bellissimi, arriveranno anche qui. Resta il rimpianto per la Campionaria che non c’è più: era un evento magico, venivano da tutt’Italia. Mi accompagnava papà: era una giornata passata facendo incetta di volantini. L’unico modo per aggiornarsi ai progressi della tecnologia. Che tristezza!».