Com’è bella la F1 senza prime guide

La McLaren l’aveva scoperto da tempo, ora l’ha capito anche la Ferrari

nostro inviato a Magny Cours

Bisogna andare parecchio indietro per scovare qualcosa di simile. Solo simile, non uguale. Perché quello che ci attende da qui alla fine del mondiale è qualcosa di unico: quattro piloti e due squadre a giocarsi il mondiale. Senza prime o seconde guide, ma con unico ordine di scuderia: che vinca il migliore.
Scorrendo la storia a trecento all’ora, non ci si deve far ingannare dalle classifiche finali. Ad esempio quella della passata stagione con Alonso, Schumi, Massa e Fisichella e due Renault e due Ferrari a battagliare; oppure quella dell’anno di grazia 2000, in cui Schumi regalò alla Rossa il primo mondiale davanti ad Hakkinen, Coulthard e Barrichello dopo la lunga sfida tra Ferrari e McLaren. In entrambi i casi la somiglianza termina qui. Alle macchine. Perché Michael era ed è stato, in tutti i suoi anni di rosso vestiti, enorme e inamovibile prima guida. Stesso discorso fra Hakkinen e Coulthard, idem per Alonso nel 2006. Tanto più che altre volte due scuderie e quattro piloti hanno occupato i primi quattro posti del mondiale: per esempio nel 1991 con Senna (McLaren) davanti a Mansell e Patrese (Williams) con Berger a chiudere (McLaren); oppure Stewart, Fittipaldi, Peterson e Cevert nel 1971 in un balletto Tyrrell, Lotus, Lotus, Tyrrell. Anche in questi casi, però, c’era sempre una prima guida. Bisogna invece risalire fino ai gloriosi anni Cinquanta per incontrare duelli combattuti fra auto e coppie di piloti liberi: come nel ’59 tra le due Cooper-Climax di Jack Brabham e Stirling Moss contro le Ferrari di Tony Brooks e Phil Hill.
Dunque, siamo di fronte a una partita a quattro davvero rara e per di più arricchita: perché mancano nove Gp ed il prossimo, domenica, sarà in Inghilterra. Neanche a farlo apposta in casa della McLaren e di prodigio Hamilton. E perché i nervi sono tesi: gli uomini della Rossa dicono «e adesso vinciamo anche là»; quelli delle frecce d’argento ribattono (Ron Dennis, patron del team) «le Rosse sono cresciute, ma noi le abbiamo fatte sembrare migliori a causa di certi errori commessi... a Silverstone dimostreremo di essere più forti».
E questo solo alla voce team. Poi ci sono quei quattro che si sono spartiti da bravi bambini due vittorie a testa in otto gare fin qui disputate: Australia e Francia per Raikkonen, Malesia e Montecarlo per Alonso, Bahrein e Spagna per Massa, Canada e Indianapolis per Hamilton. Dall’ultimo in classifica, il finlandese a quota 42, al primo, l’inglese, ci sono 22 punti. In mezzo, ben intervallati, Alonso a 50 e Massa a 47. Una classifica che dimostra come non esistano prime guide. Con un sacrosanto distinguo però: se per la Mclaren è normale onorare lo sport motoristico lasciando i suoi piloti liberi (fino ad un certo punto, s’intende) di darsi battaglia, per la Ferrari è una conquista recente. Per questo, in un certo qual senso, il Cavallino ha già vinto il suo mondiale: visto il vantaggio in classifica del brasiliano e visto il bisogno della Rossa di recuperare sui fuggitivi, logica e tradizione maranelliana avrebbero imposto che, in Francia, Massa concludesse 1º e Raikkonen 2º (un pit stop più lento e il gioco sarebbe stato fatto senza turbare gli animi dei giudici Fia). Invece liberi di dare il massimo e Kimi ha passato il compagno. Risultato? Oggi la Rossa piace di più.