Com’è bella Venezia, il magico set del cinema

«Mangia, che poi facciamo l’amore», diceva nel giardino del ristorante Montini un Tony Musante non ancora malato terminale alla giovane e innamorata Florinda Bolkan. Nel flash-back, Venezia sembrava dipinta e questo rendeva ancora più forte il contrasto con le luci malinconiche che in Anonimo veneziano scandivano la fine di una vita e di una coppia. Si era d’estate, ma Marcello Gatti, il direttore della fotografia, aveva avuto da Enrico Maria Salerno, allora esordiente alla regia, due indicazioni. La prima era che sembrasse inverno, e così oltre a non usare lampade e a bagnare continuamente per terra, Gatti aveva comprato dei veli bianchi di dieci metri, in modo da dare un effetto nebbia all’orizzonte. La seconda era il richiamo a un film in bianco e nero, La battaglia di Algeri! Salerno voleva quell’amalgama, quel fare di una città e dei suoi abitanti un unico protagonista: lì del colonialismo e di una guerra di liberazione, qui di un amore e di una morte. La Bolkan era bellissima, nessuno agonizzerà più sullo schermo come Musante in quel film, la colonna sonora di Stelvio Cipriani, con il concerto per oboe di Alessandro Marcello, era da antologia, ma era Venezia decadente, decaduta eppure splendida la conditio sine qua non. «Non potrei aspettare di morire in un’altra città. E non perché sia nato e vissuto qui, o perché sia la più bella città del mondo, no. Ma perché è in agonia... e mi dà questo senso di morire insieme».
Fra le città del cinema Venezia è al tempo stesso la più ambita e la più temuta, eternamente in bilico fra verità e menzogna, realtà e cliché, poesia e retorica. Set ideale, ma anche set mortale, cioè banale: per registi, attori, produttori. E proprio Set in Venice. Scatti protagonisti racconti si intitola il bel volume che Ludovica Damiani ha voluto dedicare a questo rapporto difficile quanto fecondo, mettendo insieme 380 immagini, 80 film divisi in dieci sezioni, un ricco apparato di interviste, testimonianze, ricordi (Electa edizioni, 287 pagine, 60 euro).
Dal cinema muto ai nostri giorni, dai Lumière a Spielberg passando per Orson Welles, Woody Allen, Visconti, Antonioni, Venezia ha quasi sempre finito per rappresentare non un semplice sfondo, ma qualcosa di più e di diverso: una sfida e una magia. Tinto Brass, che vi girò il suo primo film, Chi lavora è perduto, e vi trasportò e trasfigurò l’erotismo giapponese di La chiave, ritiene che «per chi ha delle ossessioni formali, visive, c’è tutta un’armonia nel linguaggio, nelle forme, nell’arredo urbano di Venezia e quella è una fonte di ispirazione straordinaria».
Venezia è la sfida del Visconti di Senso, talmente scrupoloso nella sua filologia delle immagini che gli interni girati allora alla Fenice, quarant’anni dopo serviranno da riferimento per ricostruire il teatro distrutto dall’incendio. Ma è anche lo sberleffo delle «vacanze intelligenti» di Dove vai in vacanza?, quando il fruttarolo Remo (Alberto Sordi) si ritrova alla Biennale con la moglie Augusta (Anna Longhi) scambiata per un’opera d’arte contemporanea. «A Re’, mi volevano comprà per diciotto milioni». «Diciotto milioni?». «Eh». «Mazza oh, ma non è troppo?».
In copertina, Set in Venice riporta una inquadratura talmente kitsch nel suo insieme da trasformarsi in icona. Proviene dal film Summertime, (Tempo d’estate), dove l’algida zitella Katherine Hepburn si illude per un momento di potersi scaldare fra le braccia dell’affascinante, ma sposato, Rossano Brazzi. Vestita di bianco, la cinepresa fra le mani, altera eppure fragile, accompagnata da uno scugnizzo scalzo e furbo, la Hepburn si aggira per calli e campielli con l’entusiasmo convulso di chi sa di non avere troppo tempo a disposizione. La bellezza della città la commuove, l’impossibilità di amare la fa piangere. Tornerà in patria che è un’altra donna. Più infelice eppure più umana.
Città dell’artificio e del travestimento, la Venezia di Cappello a cilindro ricostruita negli studios di Hollywood, è un gigantesco lunapark dove Fred Astaire e Ginger Rogers si aggirano a passo di danza. Quella del Casanova felliniano trova invece, a detta del regista, una delle ragioni d’essere nel volto di Donald Sutherland: «Un attore dalla faccia cancellata, vaga, acquatica». Scivola sull’acqua l’apparizione funebre che in A Venezia, un dicembre rosso shocking è portatrice di sventure. Ma è sempre qui, all’interno dell’Hôtel Bauer, che Julie Christie è interprete di una delle più belle e conturbanti scene d’amore del cinema, tutta girata in soggettiva. Venezia, l’amore, la morte, la morte dell’amore, l’amore della morte... Serve altro?