Com’è bello avere paura del Bene

Ho letto con piacere il fin troppo discusso Com’è bello il mondo, com’è grande Dio di Antonio Socci (Piemme, pagg. 160, euro 9,90). Non che non vi si trovi materia di discussione, anzi: Socci non ama scrivere cose indiscutibili, e la sua forza sta tutta nella discutibilità delle sue parole e delle sue scelte. Perché è nel modo in cui si accetta la discussione che si capisce (come un tempo nei duelli) quanto uomo è rimasto e quanto se n’è andato.
Il «troppo» da me aggiunto riguarda le parole inutili, che corrono a perdifiato ogni volta che, leggendo un libro, non ci si proponga di capire a quale domanda stia cercando di rispondere. Un vero libro è sempre la risposta a una domanda segreta ma non irraggiungibile, ed è di quella che si deve discutere.
Nei suoi bei ritratti di toscani (Montanelli, Fallaci, Benigni), redatti (com’è nel suo stile) contro ogni pretesa imparzialità; nelle toccanti pagine su atroci o toccanti eventi di cronaca; nelle righe che non vorrebbe mai aver dovuto scrivere (quelle sulla morte di don Giussani e di Giovanni Paolo II), Socci, alla ricerca dei segni dei tempi - che, al di là di ogni retorica, dovrebbe essere il compito laico, laicissimo, di ogni giornalista - ci ricorda che il bene è la cosa più ardua che ci sia, perché è esattamente del bene che l’uomo ha paura.
Tutto il giornalismo della post-illusione ideologica cercando i segni dei tempi li trova inevitabilmente in qualcosa da temere: nel pericolo islamico, nel disastro ecologico, nei nuovi mercati orientali, e così via. Il segno si cerca in qualcosa che ci fa paura, come se soltanto nella paura noi potessimo dare uno sguardo al Destino.
In realtà tutto questo è comodo. Il terrore ci rende docili ed economicamente redditizi. Per Socci, il segno dei tempi coincide con un bene - Gesù Cristo: questo sì che è un problema serio, perché non ci lascia quieti, non ci lascia ipocritamente seduti dalla parte delle nostre giuste paure. Non tutto quel che dice Socci è da me condiviso. Si avverte, qua e là, la dura lotta dello scrittore contro la macchina della fama e del prestigio, vero Leviatano capace di obbligare anche i temi più ardui e le questioni più scottanti a non deludere un’esigenza, diciamo così, d’immagine. Ma l’importante è lottare. L’importanza di questo libro, nel quale più che in altri Socci ci presenta la sua vera autobiografia, sta nel fatto che Socci afferma la speranza cristiana non da giornalista di settore, ossia «cattolico», ma da giornalista e basta.
La vittoria della fede sta, insomma, non nel dare versioni cristiane dei fatti, ma nel vedere più cose, e nel vederle meglio.