COM’È DIFFICILE RACCONTARE I MITI

C’era una volta il mito. Il mito di una trasmissione serale che potesse costituire la continuazione, a livello di seminario universitario, di quello che Non è mai troppo tardi del maestro Manzi ha significato per una generazione televisiva. Trasmissione che aveva trovato il suo habitat perfetto su Radiodue, alle otto della sera.
Alle otto della sera, si intitola, ancor oggi, la trasmissione. E C’era una volta il mito si intitola il ciclo iniziato a Ferragosto e che continua ancora da domani a venerdì, dalle 20 alle 20,30, su Radiodue. Una serie firmata da Maurizio Bettini, con la regia d’amore artigianale di Angela Zamparelli e la cura maniacale di Giancarlo Simoncelli.
Una serie che è quasi il riassunto dei problemi di Alle otto della sera. Problemi forse inevitabili dopo tanti anni di trasmissione, ma che qualche benemerito ciclo riesce comunque a scansare. Problemi che, però, continuiamo a segnalare - seguendo praticamente tutte le serie del programma, anche a costo di sembrare ripetitivi e, spesso, di esserlo davvero - proprio perché riteniamo che quella di Radiodue sia un’alternativa seria e credibile al resto della tivù e al resto della radio dell’ora di cena. Soprattutto quando riesce a creare un mix di alto e basso, di cultura e di divulgazione, di approfondimenti di livello universitario e di linguaggio radiofonico accessibile a tutti.
E qui viene il problema, il solito problema. C’era una volta il mito è un ciclo interessante, scritto bene, capace di avvicinare chi sceglie di avvicinarsi, senza pretendere di volare troppo alto. E, fra l’altro, ha il merito di approfondire temi interessanti, fra i quali l’importanza del mito classico come chiave di lettura della psicoanalisi del Novecento. O quello di dare una splendida risposta alla domanda di partenza del ciclo, magari grammaticalmente imperfetta, ma chiara, secca, decisiva: «Cosa possiamo farne, oggi, della mitologia classica?». La risposta di Bettini è semplicissima: «Possiamo continuare a raccontarla. In modo piacevole, affascinante. Raccontarla insieme alla cultura che ha prodotto i miti, nelle cornici e nei quadri di riferimento che li hanno creati». Il mito, il nostro, su questo è Pietro Citati.
È davvero una bella risposta e il filo del racconto di Bettini si dipana bene. Se uno non è stanco e ascolta con attenzione, è perfetto. E allora, dove sta il problema? Sta proprio in quel «se uno non è stanco».
Sta nel fatto che Bettini - come tanti altri narratori di Alle otto della sera - è un po’ scolastico, un po’ poco affabulatore. E, se si viaggia attraverso le onde dell’etere, occorre scegliere volutamente il suo viaggio nei miti. È impossibile caderci dentro, capitarci per caso, incuriositi dal fascino della narrazione. Per la radio, è un peccato mortale.