Com’era bella la Piccola Scala

Palco privilegiato per valorizzare il repertorio del Settecento

Igor Principe

«Era il teatro delle chicche, delle rarità di repertorio, delle novità confezionate su misura. In oltre venticinque anni di discontinuo ma onoratissimo servizio il teatro-bomboniera ha offerto momenti di autentica gioia e proposto nuovi talenti».
Così la ricorda Giuseppe Barigazzi in «La Scala racconta» (Bur), prezioso libro di memorie scaligere. Si tratta di quell’appendice del Piermarini apparsa a Milano tra il 1955 e il 1983 con il nome di Piccola Scala, della quale è da poco caduto il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione.
Il 26 dicembre 1955, infatti, con l’opera di Cimarosa «Il matrimonio segreto», diretta da Nino Sanzogno, apre i battenti un teatro fortemente voluto da Antonio Ghiringhelli, sovrintendente sotto il quale la Scala conosce i fasti degli anni successivi alla ricostruzione post bellica.
Ghiringhelli immagina un teatrino che, inserito nel corpo del Piermarini, diventi palco privilegiato per valorizzare il repertorio cameristico, settecentesco e moderno. Il progetto incontra alcuni ostacoli: tra tutti, quello opposto da Virgilio Ferrari, allora sindaco di Milano, che paventa la sottrazione di spazi al palcoscenico della Scala. Il primo cittadino preferirebbe puntare sul teatro Filodrammatici, che attende di essere ricostruito dopo i bombardamenti del 1943 e che nei progetti di Ferrari verrebbe collegato al Piermarini da un sottopassaggio, facile soluzione per due edifici che distano l'uno dall'altro meno di dieci metri.
Ma alla fine la spunta Ghiringhelli. Il progetto della Piccola Scala viene affidato all'ingegnere Marcello Zavellani Rossi, che realizza un teatro di seicento posti tra platea e palchi. Tra i primi a innamorarsene subito è Arturo Toscanini. Lo spazio gli ricorda il teatrino costruito a Busseto per Giuseppe Verdi e gli ispira il pensiero di un nuovo «Falstaff», da portare sul quel nuovo palcoscenico di quattordici per quindici metri. Ne immagina anche il regista: Luchino Visconti, con il quale prende accordi. Ma il grande direttore sente il peso degli anni (nel 1955 ne ha 88), e il progetto sfuma.
Non sfuma invece il «Così fan tutte» di Guido Cantelli, nominato direttore musicale nel 1956 e da subito idolo dei loggionisti. L'opera di Mozart segue quella di Cimarosa: il direttore fa quaranta giorni di prove, segue l'insegnamento di Toscanini e si occupa anche della regia. Sul palco canta Elisabeth Schwarzkopf, forse la miglior interprete mozartiana del tempo. È un trionfo.
La morte prematura di Cantelli (24 novembre '56, a 36 anni) e quella di Toscanini due mesi più tardi non tolgono lustro ad un teatro che davvero fa da fucina di giovani talenti. Claudio Abbado vi dirige nel 1960 il suo primo concerto scaligero e, cinque anni più tardi, la sua prima opera («Atomtod», di Giacomo Manzoni). Quanto ai nomi affermati, Giorgio Strehler vi dirige «Ascesa e rovina della città di Mahagonny», a firma Brecht-Weill, e Peter Ustinov «Prova del matrimonio» di Mussorgski-Gogol.
Sono solo alcuni passaggi di una storia gloriosa che tuttavia è destinata a concludersi. La stagione '83-'84 comincia infatti senza il cartellone della Piccola Scala. Troppi i costi, poca la sicurezza, troppo lo spazio che sottrae al palco principale del Piermarini. Dal 1982 era intitolata ad Arturo Toscanini, malgrado i dubbi sollevati da un altro grande della bacchetta, Gianandrea Gavazzeni, che si chiede perché non intitolargli la "grande" Scala. Se fosse stato ascoltato, la targa apposta in memoria di Toscanini sarebbe ancora rintracciabile. Invece non c'è più, sostituita quando nell'atrio della Piccola Scala viene sistemata la biglietteria del teatro principale.